Il contributo presenta un caso di studio sulla Casa Museo Bartolo Longo (Latiano), dove uno spazio in disuso viene trasformato in percorso museale tramite un impianto phygital che combina pannellistica autoportante e reversibile, adottata per vincoli conservativi, contenuti digitali a livelli, un elemento immersivo e un avatar basato su IA che guida il visitatore in prima persona. La tesi è che, in contesti di patrimonio desueto/minor, il passaggio a una mediazione ibrida non introduca solo nuovi canali, ma riorganizzi gerarchie e autorità del racconto: in particolare, l’avatar può aumentare continuità e accessibilità, ma anche produrre un “surplus di autenticità”, spostando la fiducia dal piano delle fonti al piano della presenza digitale. Nel caso di Bartolo Longo, tale rischio è accentuato dalla densità simbolica della figura, insieme locale, religiosa, civica e celebrativa: l’avatar, parlando in prima persona, può rendere meno percepibile la distanza tra documento, interpretazione curatoriale e messa in scena. Il paper discute questo nodo in chiave critico-antropologica e propone contromisure progettuali per mantenere la mediazione riconoscibile e verificabile: disclosure dell’uso di IA, segnali di provenienza e rimandi alle fonti, regole di scrittura per limitare la prima persona a contenuti documentabili, e scelte di design che evitino effetti testimoniali. In chiusura si propone una verifica leggera in loco, basata su osservazione e, opzionalmente, brevi riscontri dei visitatori e/o log d’uso, per valutare profondità di fruizione e uso dei rimandi alle fonti, e per capire se l’avatar è percepito come guida o come testimone.
Digitale e Public Engagement: pratiche e prospettive nelle Digital Humanities, Atti del XV Convegno Annuale AIUCD
Mauro De Bari
2026-01-01
Abstract
Il contributo presenta un caso di studio sulla Casa Museo Bartolo Longo (Latiano), dove uno spazio in disuso viene trasformato in percorso museale tramite un impianto phygital che combina pannellistica autoportante e reversibile, adottata per vincoli conservativi, contenuti digitali a livelli, un elemento immersivo e un avatar basato su IA che guida il visitatore in prima persona. La tesi è che, in contesti di patrimonio desueto/minor, il passaggio a una mediazione ibrida non introduca solo nuovi canali, ma riorganizzi gerarchie e autorità del racconto: in particolare, l’avatar può aumentare continuità e accessibilità, ma anche produrre un “surplus di autenticità”, spostando la fiducia dal piano delle fonti al piano della presenza digitale. Nel caso di Bartolo Longo, tale rischio è accentuato dalla densità simbolica della figura, insieme locale, religiosa, civica e celebrativa: l’avatar, parlando in prima persona, può rendere meno percepibile la distanza tra documento, interpretazione curatoriale e messa in scena. Il paper discute questo nodo in chiave critico-antropologica e propone contromisure progettuali per mantenere la mediazione riconoscibile e verificabile: disclosure dell’uso di IA, segnali di provenienza e rimandi alle fonti, regole di scrittura per limitare la prima persona a contenuti documentabili, e scelte di design che evitino effetti testimoniali. In chiusura si propone una verifica leggera in loco, basata su osservazione e, opzionalmente, brevi riscontri dei visitatori e/o log d’uso, per valutare profondità di fruizione e uso dei rimandi alle fonti, e per capire se l’avatar è percepito come guida o come testimone.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


