Nel 1954 il compositore inglese Edward Benjamin Britten (1913- 1976) subisce il fascino di una delle più intriganti ed accattivanti short stories di Henry James, quel capolavoro di maestria letteraria che costituisce al tempo stesso uno dei racconti più amati e popolari dello scrittore, da taluni critici ritenuto la migliore ghost story mai concepita: The Turn of the Screw (1898). Oggetto di svariati adattamenti e riscritture (balletti, musicals, versioni teatrali, pellicole cinematografiche, miniserie televisive, rielaborazioni letterarie) tale racconto breve – sebbene il parametro della shortness abbia sempre causato non poche perplessità e difficoltà all’autore – è stato anche protagonista di un’interessante operazione di traduzione intersemiotica, il cui esito si è concretizzato nell’opera da camera dall’omonimo titolo, rappresentata in prima assoluta a Venezia (teatro La Fenice) il 14 settembre 1954 con lo stesso Britten a dirigere l’orchestra. Un’accurata comparazione e lettura simultanea dell’originale jamesiano e del libretto permettono di mettere a fuoco i criteri seguiti da Myfanwy Piper nell’atto di riscrittura; per evitare fraintendimenti, è fondamentale ricordare che il rapporto tra testo letterario e resa drammatica si gioca sul conflitto spesso lacerante tra la possibilità del primo di camuffare – e camuffarsi – con sottintesi, ellissi, ammiccamenti, e l’urgenza del secondo di portare in scena, rendere visibile, conferire fisicità, esplicitare le azioni/situazioni per una migliore comprensione da parte del pubblico.

"Da short story a libretto d'opera: il caso di The Turn of the Screw"

PETILLO, MARIACRISTINA
2015

Abstract

Nel 1954 il compositore inglese Edward Benjamin Britten (1913- 1976) subisce il fascino di una delle più intriganti ed accattivanti short stories di Henry James, quel capolavoro di maestria letteraria che costituisce al tempo stesso uno dei racconti più amati e popolari dello scrittore, da taluni critici ritenuto la migliore ghost story mai concepita: The Turn of the Screw (1898). Oggetto di svariati adattamenti e riscritture (balletti, musicals, versioni teatrali, pellicole cinematografiche, miniserie televisive, rielaborazioni letterarie) tale racconto breve – sebbene il parametro della shortness abbia sempre causato non poche perplessità e difficoltà all’autore – è stato anche protagonista di un’interessante operazione di traduzione intersemiotica, il cui esito si è concretizzato nell’opera da camera dall’omonimo titolo, rappresentata in prima assoluta a Venezia (teatro La Fenice) il 14 settembre 1954 con lo stesso Britten a dirigere l’orchestra. Un’accurata comparazione e lettura simultanea dell’originale jamesiano e del libretto permettono di mettere a fuoco i criteri seguiti da Myfanwy Piper nell’atto di riscrittura; per evitare fraintendimenti, è fondamentale ricordare che il rapporto tra testo letterario e resa drammatica si gioca sul conflitto spesso lacerante tra la possibilità del primo di camuffare – e camuffarsi – con sottintesi, ellissi, ammiccamenti, e l’urgenza del secondo di portare in scena, rendere visibile, conferire fisicità, esplicitare le azioni/situazioni per una migliore comprensione da parte del pubblico.
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