Nell’immediato dopoguerra, con la nascita della Repubblica, l’azione governativa rivolta al Mezzogiorno d’Italia, secondo il programma d’azione dei socialisti democratici del PSLI, guidato da Giuseppe Saragat, si sarebbe dovuta concretizzare in una diversa impostazione del problema, tendente alla trasformazione dell’economia meridionale attraverso un’azione intesa a portare su un piano concreto il passaggio della terra ai contadini, attraverso il credito cooperativo e un programma industriale per il settentrione, destinato a favorire la trasformazione agraria del Mezzogiorno. Bisognava, cioè, incentivare la creazione delle condizioni “ambientali” favorevoli all’insediamento di nuove e “sane” attività produttive, agricole e industriali; la costruzione di ferrovie, strade comunali, porti, corsi d’acqua, bacini montani e altre opere finalizzate all’utilizzazione delle acque per la produzione di energia, per l’irrigazione e per l’industria; il sostegno a un’evoluzione tecnologica del settore agricolo, attraverso la modernizzazione degli impianti esistenti e la creazione di nuove attività industriali connesse con l’agricoltura o con le fonti di energia disponibili. Secondo il PSLI, era infondato il timore che questa strategia potesse interferire in modo antieconomico con le industrie del Nord; vi erano, anzi, possibilità di creare condizioni industriali di reciproco vantaggio. Gli investimenti in questo settore potevano rivelarsi notevolmente produttivi e permettere di assorbire masse notevoli di operai. La questione del Mezzogiorno, intesa nel suo aspetto sociale- tecnico-produttivo, anche in funzione del risanamento delle aree economicamente depresse, rappresentava, quindi, uno dei punti essenziali per la conquista della democrazia in Italia. L’attuazione di piani regionali per l’intero Mezzogiorno costituivano il “primo strumento indispensabile” per un’azione concreta a favore delle aree meridionali. E gli aiuti del piano Marshall rappresentarono una prima risposta. Soprattutto il Mezzogiorno d’Italia abbisognava di un’attenta analisi delle sue potenzialità e un oculato investimento capitalistico in agricoltura. Premessa di ciò era la bonifica idraulica dei terreni e tutta una vasta serie di studi che una Commissione di tecnici italo-americana avrebbe compiuto. Essa era l’embrione di un auspicato Organo centrale di pianificazione, che avrebbe dovuto avere una visione unitaria del problema meridionale e nazionale. Ripresa dell’attività industriale, finanziamenti a una vasta azione di lavori pubblici, creazione della Cassa per il Mezzogiorno, trovarono spinta essenziale dall’aiuto americano. Sul problema del Mezzogiorno, secondo il socialdemocratico Roberto Tremelloni, presidente del CIR-ERP, vi era fra i partiti, gli economisti e i tecnici un’ampia concordanza di idee sui criteri cui ispirare l’azione di governo. Gli ostacoli e le “dissonanze”, tuttavia, cominciavano a manifestarsi nel momento in cui si passava alla “fase esecutiva”, cioè, a quella fase in cui bisognava concretamente suddividere mezzi e risorse fra i vari ministeri per il finanziamento delle singole opere. I socialisti democratici sottolineavano, infatti, la persistente mancanza di un quadro organico di iniziative che sarebbe potuto scaturire soltanto dalla redazione di piani regionali e nazionali, “strumenti indispensabili” a favore delle aree meridionali.

I socialisti democratici italiani fra questione meridionale e piano Marshall

DONNO, Michele
2012

Abstract

Nell’immediato dopoguerra, con la nascita della Repubblica, l’azione governativa rivolta al Mezzogiorno d’Italia, secondo il programma d’azione dei socialisti democratici del PSLI, guidato da Giuseppe Saragat, si sarebbe dovuta concretizzare in una diversa impostazione del problema, tendente alla trasformazione dell’economia meridionale attraverso un’azione intesa a portare su un piano concreto il passaggio della terra ai contadini, attraverso il credito cooperativo e un programma industriale per il settentrione, destinato a favorire la trasformazione agraria del Mezzogiorno. Bisognava, cioè, incentivare la creazione delle condizioni “ambientali” favorevoli all’insediamento di nuove e “sane” attività produttive, agricole e industriali; la costruzione di ferrovie, strade comunali, porti, corsi d’acqua, bacini montani e altre opere finalizzate all’utilizzazione delle acque per la produzione di energia, per l’irrigazione e per l’industria; il sostegno a un’evoluzione tecnologica del settore agricolo, attraverso la modernizzazione degli impianti esistenti e la creazione di nuove attività industriali connesse con l’agricoltura o con le fonti di energia disponibili. Secondo il PSLI, era infondato il timore che questa strategia potesse interferire in modo antieconomico con le industrie del Nord; vi erano, anzi, possibilità di creare condizioni industriali di reciproco vantaggio. Gli investimenti in questo settore potevano rivelarsi notevolmente produttivi e permettere di assorbire masse notevoli di operai. La questione del Mezzogiorno, intesa nel suo aspetto sociale- tecnico-produttivo, anche in funzione del risanamento delle aree economicamente depresse, rappresentava, quindi, uno dei punti essenziali per la conquista della democrazia in Italia. L’attuazione di piani regionali per l’intero Mezzogiorno costituivano il “primo strumento indispensabile” per un’azione concreta a favore delle aree meridionali. E gli aiuti del piano Marshall rappresentarono una prima risposta. Soprattutto il Mezzogiorno d’Italia abbisognava di un’attenta analisi delle sue potenzialità e un oculato investimento capitalistico in agricoltura. Premessa di ciò era la bonifica idraulica dei terreni e tutta una vasta serie di studi che una Commissione di tecnici italo-americana avrebbe compiuto. Essa era l’embrione di un auspicato Organo centrale di pianificazione, che avrebbe dovuto avere una visione unitaria del problema meridionale e nazionale. Ripresa dell’attività industriale, finanziamenti a una vasta azione di lavori pubblici, creazione della Cassa per il Mezzogiorno, trovarono spinta essenziale dall’aiuto americano. Sul problema del Mezzogiorno, secondo il socialdemocratico Roberto Tremelloni, presidente del CIR-ERP, vi era fra i partiti, gli economisti e i tecnici un’ampia concordanza di idee sui criteri cui ispirare l’azione di governo. Gli ostacoli e le “dissonanze”, tuttavia, cominciavano a manifestarsi nel momento in cui si passava alla “fase esecutiva”, cioè, a quella fase in cui bisognava concretamente suddividere mezzi e risorse fra i vari ministeri per il finanziamento delle singole opere. I socialisti democratici sottolineavano, infatti, la persistente mancanza di un quadro organico di iniziative che sarebbe potuto scaturire soltanto dalla redazione di piani regionali e nazionali, “strumenti indispensabili” a favore delle aree meridionali.
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