Compared with the far more numerous studies devoted in recent decades to the classification and material and symbolic meanings of altars depicted in Attic figured pottery, research on Italiote red-figure vases still offers ample scope for further investigation. The following contribution presents some reflections on the various possibilities opened up by a systematic reading of the iconic sign of the altar, through a selection of examples taken specifically from Apulian red-figure vase painting of Tarentine production and tradition. In this context, the bomos is considered in its different functions and nuances, which are often contextual and polysemic: as an indicator of the space of sacrifice (including human sacrifice, in the themes of Iphigenia, Phrixus, and the children of Medea) and libation to the deity; as a marker of the space of inviolability and divine protection; as a purely topographical index; as an iconographic focal point of the figurative composition; and finally as a scenic object in certain depictions of ritual performances in a comic context.

Rispetto ai ben più numerosi studi dedicati negli ultimi decenni alla classificazione e ai significati materiali e simbolici degli altari raffigurati nella ceramica attica, la ricerca sui vasi italioti a figure rosse offre ancora ampi margini di approfondimento. Il presente contributo propone alcune riflessioni sulle diverse possibilità aperte da una lettura sistematica del segno iconico dell’altare, attraverso una selezione di esempi tratti specificamente dalla ceramografia apula a figure rosse di produzione e tradizione tarantina. In questo contesto, il bomos viene considerato nelle sue diverse funzioni e valenze, spesso contestuali e polisemiche: come indicatore dello spazio del sacrificio (anche umano, nei temi di Ifigenia, Frisso e dei figli di Medea) e della libagione alla divinità; come marcatore dello spazio dell’inviolabilità e della protezione divina; come indice puramente topografico; come fulcro iconografico della composizione figurativa; e infine come oggetto scenico in alcune raffigurazioni di performance rituali in contesto comico.

Lo spazio dell’altare nella ceramica apula a figure rosse

Carmela Roscino
In corso di stampa

Abstract

Compared with the far more numerous studies devoted in recent decades to the classification and material and symbolic meanings of altars depicted in Attic figured pottery, research on Italiote red-figure vases still offers ample scope for further investigation. The following contribution presents some reflections on the various possibilities opened up by a systematic reading of the iconic sign of the altar, through a selection of examples taken specifically from Apulian red-figure vase painting of Tarentine production and tradition. In this context, the bomos is considered in its different functions and nuances, which are often contextual and polysemic: as an indicator of the space of sacrifice (including human sacrifice, in the themes of Iphigenia, Phrixus, and the children of Medea) and libation to the deity; as a marker of the space of inviolability and divine protection; as a purely topographical index; as an iconographic focal point of the figurative composition; and finally as a scenic object in certain depictions of ritual performances in a comic context.
In corso di stampa
978-88-6938-470-7
Rispetto ai ben più numerosi studi dedicati negli ultimi decenni alla classificazione e ai significati materiali e simbolici degli altari raffigurati nella ceramica attica, la ricerca sui vasi italioti a figure rosse offre ancora ampi margini di approfondimento. Il presente contributo propone alcune riflessioni sulle diverse possibilità aperte da una lettura sistematica del segno iconico dell’altare, attraverso una selezione di esempi tratti specificamente dalla ceramografia apula a figure rosse di produzione e tradizione tarantina. In questo contesto, il bomos viene considerato nelle sue diverse funzioni e valenze, spesso contestuali e polisemiche: come indicatore dello spazio del sacrificio (anche umano, nei temi di Ifigenia, Frisso e dei figli di Medea) e della libagione alla divinità; come marcatore dello spazio dell’inviolabilità e della protezione divina; come indice puramente topografico; come fulcro iconografico della composizione figurativa; e infine come oggetto scenico in alcune raffigurazioni di performance rituali in contesto comico.
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