«Un destino comune» è un’espressione che si attaglia molto bene alle relazioni tra Italia e Giappone. A partire dal 1945, i due paesi svilupparono molti tratti in comune, sia in politica interna che in politica estera. La fine della seconda guerra mondiale costituì per Roma e Tokyo uno spartiacque fondamentale. Potenze sconfitte, Italia e Giappone avviarono un’opera di ricostruzione che non fu soltanto un’opera di risanamento dalla distruzione materiale causata dal conflitto, ma anche – o, forse, soprattutto – un processo di profonda trasformazione delle loro strutture istituzionali, politiche, economiche e sociali. Dopo la dissoluzione del Patto Tripartito, Italia e Giappone, a differenza della Germania, divisa in due entità statali distinte, mantennero l’unità territoriale e politica, pur con limitazioni importanti statuite dai trattati di pace firmati, rispettivamente, nel 1947 e nel 1951, in seguito a cui entrarono a far parte del sistema politico-economico e di alleanze degli Stati Uniti: l’Italia fu beneficiaria degli aiuti previsti dal Piano Marshall e aderì, già nel 1949, all’Alleanza Atlantica; il Giappone, invece, fu sottoposto, fino al 1952, a un regime di occupazione militare, divenendo, in seguito alla guerra di Corea, un elemento fondamentale della presenza americana in Estremo Oriente. Il pieno ingresso dei due paesi nel sistema delle relazioni internazionali fu sancito dall’ammissione all’ONU, avvenuta nel 1955 per l’Italia e l’anno dopo per il Giappone. Ne derivò una fase di impetuosa crescita economica – un vero e proprio boom – che fu trainata da uno sviluppo industriale senza precedenti, volano di ulteriori, importanti novità sociali, a partire dall’urbanizzazione. Si stima che, nel 1950, risiedesse nelle città il 54% della popolazione italiana e il 53% di quella giapponese: un dato, quest’ultimo, molto superiore rispetto alla media registrata nella circostante regione asiatica. Questa fase di «miracolo economico» fu rivelata al mondo intero con l’organizzazione di due successive edizioni dei Giochi Olimpici, che si svolsero, rispettivamente, a Roma nel 1960 e a Tokyo quattro anni dopo, nel 1964. Il processo di stabilizzazione politica ed economica si realizzò, a Roma come a Tokyo, all’interno di una cornice istituzionale in cui il sistema partitico pareva scevro da qualsiasi ipotesi di alternanza. Nel caso giapponese, riferendoci alla teoria dei sistemi partitici del politologo Giovanni Sartori, si può parlare di un sistema «a partito predominante», ruotante intorno al Jimintō, o Partito liberaldemocratico (il cosiddetto «sistema del ’55», dall’anno in cui questa tendenza si stabilizzò). In Italia, fu la Democrazia Cristiana a costituire il perno fisso di governi di coalizione, che, da un’articolazione strettamente centrista, gradualmente si allargò fino a comprendere i partiti di sinistra: prima il Partito socialista italiano (PSI), negli anni del cosiddetto «centro-sinistra», e poi il Partito comunista italiano (PCI), in quella fase definita della «solidarietà nazionale» negli anni Settanta. Questa fase di crescita economica segnò un’inversione di tendenza proprio in quel decennio segnato da difficoltà sempre maggiori nella stabilità e nella tenuta del sistema mondiale, scosso dalla fine del sistema di convertibilità del dollaro in oro, stabilito a Bretton Woods nel 1944, e dalle crisi energetiche del 1973 e del 1979. Le difficoltà economiche si riverberarono anche sulla stabilità sociale dei due paesi, scossa dal Sessantotto studentesco e operaio e, poi, dall’emergere del terrorismo e di strategie eversive, a cui la politica faceva fatica ad opporsi. Le istituzioni politiche furono attraversate, negli stessi anni, da scandali originati da fenomeni di corruzione, ancora una volta comuni a Roma e a Tokyo, come il caso Lockheed, che, in Giappone, affondò il governo Miki, mentre, in Italia, costrinse alle dimissioni il capo dello Stato, il democristiano Giovanni Leone. Questo contesto comune e, in molti casi, condiviso avrebbe contribuito alla normalizzazione, e, poi, alla intensificazione, delle relazioni politiche, diplomatiche, economiche e culturali tra Roma e Tokyo.
Un destino comune. Le relazioni italo-giapponesi dalla Guerra Fredda alla crisi dell'unilateralismo statunitense (1951-2026)
F. Imperato
2026-01-01
Abstract
«Un destino comune» è un’espressione che si attaglia molto bene alle relazioni tra Italia e Giappone. A partire dal 1945, i due paesi svilupparono molti tratti in comune, sia in politica interna che in politica estera. La fine della seconda guerra mondiale costituì per Roma e Tokyo uno spartiacque fondamentale. Potenze sconfitte, Italia e Giappone avviarono un’opera di ricostruzione che non fu soltanto un’opera di risanamento dalla distruzione materiale causata dal conflitto, ma anche – o, forse, soprattutto – un processo di profonda trasformazione delle loro strutture istituzionali, politiche, economiche e sociali. Dopo la dissoluzione del Patto Tripartito, Italia e Giappone, a differenza della Germania, divisa in due entità statali distinte, mantennero l’unità territoriale e politica, pur con limitazioni importanti statuite dai trattati di pace firmati, rispettivamente, nel 1947 e nel 1951, in seguito a cui entrarono a far parte del sistema politico-economico e di alleanze degli Stati Uniti: l’Italia fu beneficiaria degli aiuti previsti dal Piano Marshall e aderì, già nel 1949, all’Alleanza Atlantica; il Giappone, invece, fu sottoposto, fino al 1952, a un regime di occupazione militare, divenendo, in seguito alla guerra di Corea, un elemento fondamentale della presenza americana in Estremo Oriente. Il pieno ingresso dei due paesi nel sistema delle relazioni internazionali fu sancito dall’ammissione all’ONU, avvenuta nel 1955 per l’Italia e l’anno dopo per il Giappone. Ne derivò una fase di impetuosa crescita economica – un vero e proprio boom – che fu trainata da uno sviluppo industriale senza precedenti, volano di ulteriori, importanti novità sociali, a partire dall’urbanizzazione. Si stima che, nel 1950, risiedesse nelle città il 54% della popolazione italiana e il 53% di quella giapponese: un dato, quest’ultimo, molto superiore rispetto alla media registrata nella circostante regione asiatica. Questa fase di «miracolo economico» fu rivelata al mondo intero con l’organizzazione di due successive edizioni dei Giochi Olimpici, che si svolsero, rispettivamente, a Roma nel 1960 e a Tokyo quattro anni dopo, nel 1964. Il processo di stabilizzazione politica ed economica si realizzò, a Roma come a Tokyo, all’interno di una cornice istituzionale in cui il sistema partitico pareva scevro da qualsiasi ipotesi di alternanza. Nel caso giapponese, riferendoci alla teoria dei sistemi partitici del politologo Giovanni Sartori, si può parlare di un sistema «a partito predominante», ruotante intorno al Jimintō, o Partito liberaldemocratico (il cosiddetto «sistema del ’55», dall’anno in cui questa tendenza si stabilizzò). In Italia, fu la Democrazia Cristiana a costituire il perno fisso di governi di coalizione, che, da un’articolazione strettamente centrista, gradualmente si allargò fino a comprendere i partiti di sinistra: prima il Partito socialista italiano (PSI), negli anni del cosiddetto «centro-sinistra», e poi il Partito comunista italiano (PCI), in quella fase definita della «solidarietà nazionale» negli anni Settanta. Questa fase di crescita economica segnò un’inversione di tendenza proprio in quel decennio segnato da difficoltà sempre maggiori nella stabilità e nella tenuta del sistema mondiale, scosso dalla fine del sistema di convertibilità del dollaro in oro, stabilito a Bretton Woods nel 1944, e dalle crisi energetiche del 1973 e del 1979. Le difficoltà economiche si riverberarono anche sulla stabilità sociale dei due paesi, scossa dal Sessantotto studentesco e operaio e, poi, dall’emergere del terrorismo e di strategie eversive, a cui la politica faceva fatica ad opporsi. Le istituzioni politiche furono attraversate, negli stessi anni, da scandali originati da fenomeni di corruzione, ancora una volta comuni a Roma e a Tokyo, come il caso Lockheed, che, in Giappone, affondò il governo Miki, mentre, in Italia, costrinse alle dimissioni il capo dello Stato, il democristiano Giovanni Leone. Questo contesto comune e, in molti casi, condiviso avrebbe contribuito alla normalizzazione, e, poi, alla intensificazione, delle relazioni politiche, diplomatiche, economiche e culturali tra Roma e Tokyo.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


