Il saggio analizza le modalità con cui la donna detenuta viene rappresentata nel discorso pubblico e, parallelamente, come essa costruisce la propria autorappresentazione attraverso la narrazione autobiografica. L'obiettivo è mostrare come il linguaggio contribuisca a consolidare stereotipi, pregiudizi ed esclusione sociale oppure, al contrario, possa diventare uno strumento di riconoscimento, emancipazione e reinserimento. Nella prima parte, viene esaminato criticamente il linguaggio dell'informazione giornalistica prendendo come caso di studio la copertura mediatica della vicenda di Alice Sebesta, detenuta nel carcere di Rebibbia protagonista di un tragico caso di figlicidio. Attraverso gli strumenti della Critical Discourse Analysis, vengono analizzati titoli e testi di diverse testate nazionali, evidenziando la tendenza del giornalismo mainstream a ridurre la persona alla sua condizione di "detenuta", trasformando una situazione transitoria in un'identità permanente. Il ricorso a espressioni sensazionalistiche, categorie stigmatizzanti e interpretazioni moralizzanti rafforza una rappresentazione semplificata della realtà carceraria, in contrasto con i principi della Carta delle pene e del carcere, che invita a un'informazione rispettosa dei diritti, della dignità e delle prospettive di reinserimento delle persone detenute. La seconda parte del contributo restituisce invece la parola alle donne detenute ed ex detenute attraverso l'analisi di duecento testimonianze tratte dal portale Ristretti Orizzonti. Integrando analisi del discorso corpus-assistita e sentiment analysis, lo studio individua i principali nuclei emotivi che attraversano le narrazioni, mettendo in luce differenze tra donne italiane, straniere, ex detenute e compagne di persone incarcerate. Le testimonianze rivelano un universo complesso di sofferenza, paura, rabbia, speranza, desiderio di riscatto e ricerca di riconoscimento, offrendo una rappresentazione del carcere molto più articolata rispetto a quella proposta dai media. Emergono il peso dello stigma sociale, il timore di essere identificati esclusivamente con il reato commesso, la difficoltà del reinserimento e, al tempo stesso, la possibilità di attribuire alla detenzione un significato di riflessione, cambiamento e ricostruzione della propria identità. Il saggio sostiene che la narrazione in prima persona costituisca una forma di emancipazione capace di rompere il silenzio e l'invisibilità che caratterizzano l'esperienza delle donne in carcere. Ascoltare le loro voci significa superare le rappresentazioni stereotipate e riconoscere la pluralità dei vissuti individuali, restituendo centralità alla persona prima che alla sua condizione giuridica. La scelta delle parole assume pertanto una valenza etica e politica: modificare il discorso pubblico sulla detenzione significa contribuire a trasformare la percezione sociale della popolazione carceraria, promuovendo una cultura fondata sul rispetto della dignità umana, dei diritti e delle possibilità di reinserimento. Il contributo propone così un cambiamento di paradigma comunicativo, nel quale il linguaggio diviene strumento di inclusione, responsabilità e giustizia sociale.

Detenute. Rappresentazioni e autorappresentazioni dell'esperienza carceraria

R. Maglie
2025-01-01

Abstract

Il saggio analizza le modalità con cui la donna detenuta viene rappresentata nel discorso pubblico e, parallelamente, come essa costruisce la propria autorappresentazione attraverso la narrazione autobiografica. L'obiettivo è mostrare come il linguaggio contribuisca a consolidare stereotipi, pregiudizi ed esclusione sociale oppure, al contrario, possa diventare uno strumento di riconoscimento, emancipazione e reinserimento. Nella prima parte, viene esaminato criticamente il linguaggio dell'informazione giornalistica prendendo come caso di studio la copertura mediatica della vicenda di Alice Sebesta, detenuta nel carcere di Rebibbia protagonista di un tragico caso di figlicidio. Attraverso gli strumenti della Critical Discourse Analysis, vengono analizzati titoli e testi di diverse testate nazionali, evidenziando la tendenza del giornalismo mainstream a ridurre la persona alla sua condizione di "detenuta", trasformando una situazione transitoria in un'identità permanente. Il ricorso a espressioni sensazionalistiche, categorie stigmatizzanti e interpretazioni moralizzanti rafforza una rappresentazione semplificata della realtà carceraria, in contrasto con i principi della Carta delle pene e del carcere, che invita a un'informazione rispettosa dei diritti, della dignità e delle prospettive di reinserimento delle persone detenute. La seconda parte del contributo restituisce invece la parola alle donne detenute ed ex detenute attraverso l'analisi di duecento testimonianze tratte dal portale Ristretti Orizzonti. Integrando analisi del discorso corpus-assistita e sentiment analysis, lo studio individua i principali nuclei emotivi che attraversano le narrazioni, mettendo in luce differenze tra donne italiane, straniere, ex detenute e compagne di persone incarcerate. Le testimonianze rivelano un universo complesso di sofferenza, paura, rabbia, speranza, desiderio di riscatto e ricerca di riconoscimento, offrendo una rappresentazione del carcere molto più articolata rispetto a quella proposta dai media. Emergono il peso dello stigma sociale, il timore di essere identificati esclusivamente con il reato commesso, la difficoltà del reinserimento e, al tempo stesso, la possibilità di attribuire alla detenzione un significato di riflessione, cambiamento e ricostruzione della propria identità. Il saggio sostiene che la narrazione in prima persona costituisca una forma di emancipazione capace di rompere il silenzio e l'invisibilità che caratterizzano l'esperienza delle donne in carcere. Ascoltare le loro voci significa superare le rappresentazioni stereotipate e riconoscere la pluralità dei vissuti individuali, restituendo centralità alla persona prima che alla sua condizione giuridica. La scelta delle parole assume pertanto una valenza etica e politica: modificare il discorso pubblico sulla detenzione significa contribuire a trasformare la percezione sociale della popolazione carceraria, promuovendo una cultura fondata sul rispetto della dignità umana, dei diritti e delle possibilità di reinserimento. Il contributo propone così un cambiamento di paradigma comunicativo, nel quale il linguaggio diviene strumento di inclusione, responsabilità e giustizia sociale.
2025
979-12-5469-718-4
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11586/592160
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