Il saggio analizza il rapporto tra letteratura e musica nell’opera di James Joyce, evidenziando come la sua scrittura si configuri in senso intersemiotico, profondamente influenzata da strutture, pratiche e modalità percettive proprie del linguaggio musicale. A partire da A Portrait of the Artist as a Young Man fino a Ulysses e Finnegans Wake, Joyce concepisce il testo letterario come spazio sonoro, dinamico e performativo, in cui ritmo, polifonia, improvvisazione e oralità giocano un ruolo centrale. La letteratura, analogamente alla musica, si fonda su processi temporali, dialogici e intertestuali, in cui il significato emerge non tanto dal contenuto quanto dalle modalità del dire. Particolare attenzione è dedicata a Ulysses, interpretato come una vera e propria partitura musicale, in cui tecniche quali dissonanza, ripetizione e variazione traducono sulla pagina l’esperienza dell’ascolto e dell’improvvisazione. Il capitolo delle “Sirene” rappresenta un punto culminante di questa poetica, proponendo una scrittura che tende a farsi suono puro, mettendo in crisi le funzioni tradizionali del linguaggio. Il contributo esplora inoltre la “legacy” musicale di Joyce nella contemporaneità, mostrando come la sua opera abbia influenzato compositori d’avanguardia come Luciano Berio e John Cage, nonché artisti della scena avant-pop e rock, da Syd Barrett ai Beatles, fino a Kate Bush e agli U2. In queste esperienze, la scrittura joyceana viene rielaborata come materiale sonoro e performativo, confermando la sua capacità di attraversare linguaggi e contesti culturali differenti. In conclusione, il saggio propone di considerare la letteratura joyceana come pratica musicale e performativa, in cui il lettore è chiamato a diventare esecutore attivo di una partitura aperta, partecipando a un’esperienza estetica fondata su pluralità, improvvisazione e risonanza intersoggettiva.
James Joyce e l’avanguardia musicale contemporanea: da John Cage a Syd Barrett
Pierpaolo Martino
2025-01-01
Abstract
Il saggio analizza il rapporto tra letteratura e musica nell’opera di James Joyce, evidenziando come la sua scrittura si configuri in senso intersemiotico, profondamente influenzata da strutture, pratiche e modalità percettive proprie del linguaggio musicale. A partire da A Portrait of the Artist as a Young Man fino a Ulysses e Finnegans Wake, Joyce concepisce il testo letterario come spazio sonoro, dinamico e performativo, in cui ritmo, polifonia, improvvisazione e oralità giocano un ruolo centrale. La letteratura, analogamente alla musica, si fonda su processi temporali, dialogici e intertestuali, in cui il significato emerge non tanto dal contenuto quanto dalle modalità del dire. Particolare attenzione è dedicata a Ulysses, interpretato come una vera e propria partitura musicale, in cui tecniche quali dissonanza, ripetizione e variazione traducono sulla pagina l’esperienza dell’ascolto e dell’improvvisazione. Il capitolo delle “Sirene” rappresenta un punto culminante di questa poetica, proponendo una scrittura che tende a farsi suono puro, mettendo in crisi le funzioni tradizionali del linguaggio. Il contributo esplora inoltre la “legacy” musicale di Joyce nella contemporaneità, mostrando come la sua opera abbia influenzato compositori d’avanguardia come Luciano Berio e John Cage, nonché artisti della scena avant-pop e rock, da Syd Barrett ai Beatles, fino a Kate Bush e agli U2. In queste esperienze, la scrittura joyceana viene rielaborata come materiale sonoro e performativo, confermando la sua capacità di attraversare linguaggi e contesti culturali differenti. In conclusione, il saggio propone di considerare la letteratura joyceana come pratica musicale e performativa, in cui il lettore è chiamato a diventare esecutore attivo di una partitura aperta, partecipando a un’esperienza estetica fondata su pluralità, improvvisazione e risonanza intersoggettiva.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


