Sin dall’età moderna, l’homelessness è stato considerato un problema sociale (Anderson, 1923; ed.1994) e il social work la sua soluzione (Dominelli, 2015). Tuttavia, la necessità di generare un cambiamento, nella vita delle persone definite homeless e relativamente al fenomeno stesso, non ha ancora trovato una risposta di politica sociale esaustiva (O'Sullivan, 2020). Obiettivo della ricerca è esplorare la relazione tra homelessness e social work in una città metropolitana del Sud Italia. Tale relazione può essere definita strutturale perché modello persistente tra posizioni sociali (Trobia & Milia, 2011): essa rappresenta una relazione asimmetrica di potere inscritta in un modello di welfare mediterraneo. Secondo la teoria del dono (Mauss, 2002) la diseguaglianza delle posizioni sociali è la condizione necessaria affinché si realizzi lo scambio tra le parti, mentre a creare diseguaglianza è l’assenza di reciprocità (Weber, 1922, ed. 1980). L’approccio relativo- relazionale allo studio della povertà ritiene la dimensione simbolico-interazionale come un fattore determinante, in quanto la definizione di povero dipende dal contesto culturale e sociale di riferimento e cambia anche a seconda delle rappresentazioni incarnate nelle politiche e proprie gli operatori (Simmel, 1908; ed.2018). Questa ricerca è finalizzata a esplorare questa relazione con interesse a: osservare il network organizzativo e i luoghi in cui essa si realizza, raccogliere le storie degli attori che vi prendono parte, la loro esperienza di relazione ed i significati ad essa attribuiti. Le domande di ricerca riguardano: il modo in cui le politiche sono implementate ad un livello di strada da parte dei social worker (Lipsky, 1980); il modo in cui gli attori percepiscono e descrivono se stessi, l’altro e il loro tipo di relazione (Moscovici, 2005) (Durkheim & Mauss, 2009); la ricerca della presenza di reciprocità nella relazione, il modo in cui questa influenza le vite individuali e la costruzione della conoscenza relativa al fenomeno homelessness e al social work (Berger & Luckman, 1996). Si è scelto di adottare un approccio misto (Amaturo & Punziano, 2016) al fine di combinare l’etnografia urbana e organizzativa (Park & Burguess, 1925) con lo studio delle reti (Scott, 1997) che caratterizzano il contesto di osservazione. I soggetti coinvolti sono operatori sociali volontari e professionisti, persone senza dimora, cittadini residenti della città. Lo studio etnografico (Febbraio 2019 – Febbraio 2020) si è servito di quattro tipi di tecniche: l’osservazione partecipante, la conversazione etnografica, l’intervista in profondità, la storia orale. È stato possibile partecipare alla vita di n.6 servizi – un dormitorio pubblico, una unità di strada, una mensa, un emporio di abiti usati, uno sportello legale e uno medico. Questi servizi sono in prevalenza volontari, mentre quelli di natura pubblica di privato sociale (n.7) sono stati coinvolti mediante interviste in profondità e conversazioni etnografiche (un centro diurno, un’altra unità di strada, il pronto intervento sociale cittadino, tre strutture di accoglienza h24). Sono stati inoltre incontrate persone senza dimora e cittadini residenti nei luoghi della città solitamente da loro frequentati. Il campione è dunque composto da: n.58 homeless, n.42 social worker, n.13 cittadini, in tuto n.113 persone. Le tecniche sono state utilizzate in maniera progressiva con tutti i soggetti citati, raccogliendo n. 54 conversazioni etnografiche, n.22 interviste in profondità, n.37 storie orali. Rispetto agli obiettivi prefissati, si riportano i seguenti risultati: I. Al fine di descrivere il contesto della relazione abbiamo osservato il reticolato composto dai servizi coinvolti e individuato: Una progressive decentralizzazione delle strutture di accoglienza notturne e h24 nelle zone periferiche della città e una centralizzazione dei servizi finalizzati a soddisfare i bisogni primari nelle zone invece più centrali (Thomas & Znaniecki, 1918-20; 1968) Un’alta centralità delle organizzazioni del privato sociale e un’alta densità di legami tra queste e il settore pubblico, a dispetto di una minore densità tra gli stessi e il settore volontario (Emirbayer & Goodwind, 1994) Tali movimenti sembrano produrre: II. Una concentrazione di homeless nelle zone centrali, nonostante l’incremento del numero di strutture di accoglienza nelle zone periferiche, che mostra come sia possibile che il centro di interesse dei soggetti sia più vicino a bisogni relazionali piuttosto che puramente materiali. Una progressiva stratificazione di homeless basata sul tipo di servizi frequentati, il che vede i più “capaci” ospiti delle strutture di accoglienza e i meno “capaci” dimorare invece per strada o frequentare servizi diurni e a più bassa strutturazione. Questo produce in alcuni casi competizione, conflitto, discriminazione tra homeless. Nel tentativo di rilevare le rappresentazioni sociali degli attori, abbiamo individuato: - Nelle narrazioni dei social worker, una tensione tra ruolo rivestito e percezione del proprio Sé (Goffman, 1959). - Nelle narrazioni degli homeless, una tensione tra visione del Sé nel tempo presente, memoria del Sé passato e prospettiva del Sé futuro (Mead, 1966; ed.2018). Nel primo caso, i social worker gestiscono la tensione a seconda di due elementi identificati variabili: la coscienza di una distanza tra ruolo rivestito e proprio Sé; la scelta di muoversi diversamente lungo questo confine nella relazione con l’homeless, ora abbandonando il ruolo, ora rivestendolo rigidamente. A questo scopo abbiamo prodotto una tipizzazione. Nel secondo caso, gli homeless affrontano la tensione individuata in maniera differente a seconda de: la consapevolezza di non essere identificabile con l’etichetta di homeless e di poterla quindi abbandonare senza perdere un’identità, il riconoscimento da parte degli altri che questo possa realmente accadere; la scelta di adeguarsi o no alla proposta di inclusione nell’assetto dei servizi come risposta al cambiamento. Anche in questo caso abbiamo prodotto una tipizzazione. III. Infine, nel tentativo di individuare la presenza di reciprocità nella relazione oggetto di studio, abbiamo riscontrato la sua presenza ad un livello micro e simbolico (Collins, 1998) (Goffman, 1983) nella interazione tra homeless e social worker e la sua assenza a livello macro, tra homelessness e social work (Agodi, Consoli, Pennisi, & Scuderi, 2001) (Cur. Gui, 1996). A livello macro, la reciprocità sembra assumere il significato di conformità alla norma e adeguamento al sistema dei servizi come condizione per il cambiamento. A livello micro, la reciprocità riesce ad assumere forme di espressione del Sé ma anche forme di dipendenza, per entrambe le parti della relazione, le quali hanno occasione di riscoprire, in sé e nell’altro, la persona presente al di sotto del ruolo rivestito.
ETNOGRAFIA DI UNA RELAZIONE: LA RECIPROCITÀ NELLO SCAMBIO TRA SOCIAL WORK E HOMELESSNESS / Grassi, Maddalena Floriana. - (2021 Sep 07).
ETNOGRAFIA DI UNA RELAZIONE: LA RECIPROCITÀ NELLO SCAMBIO TRA SOCIAL WORK E HOMELESSNESS
GRASSI, MADDALENA FLORIANA
2021-09-07
Abstract
Sin dall’età moderna, l’homelessness è stato considerato un problema sociale (Anderson, 1923; ed.1994) e il social work la sua soluzione (Dominelli, 2015). Tuttavia, la necessità di generare un cambiamento, nella vita delle persone definite homeless e relativamente al fenomeno stesso, non ha ancora trovato una risposta di politica sociale esaustiva (O'Sullivan, 2020). Obiettivo della ricerca è esplorare la relazione tra homelessness e social work in una città metropolitana del Sud Italia. Tale relazione può essere definita strutturale perché modello persistente tra posizioni sociali (Trobia & Milia, 2011): essa rappresenta una relazione asimmetrica di potere inscritta in un modello di welfare mediterraneo. Secondo la teoria del dono (Mauss, 2002) la diseguaglianza delle posizioni sociali è la condizione necessaria affinché si realizzi lo scambio tra le parti, mentre a creare diseguaglianza è l’assenza di reciprocità (Weber, 1922, ed. 1980). L’approccio relativo- relazionale allo studio della povertà ritiene la dimensione simbolico-interazionale come un fattore determinante, in quanto la definizione di povero dipende dal contesto culturale e sociale di riferimento e cambia anche a seconda delle rappresentazioni incarnate nelle politiche e proprie gli operatori (Simmel, 1908; ed.2018). Questa ricerca è finalizzata a esplorare questa relazione con interesse a: osservare il network organizzativo e i luoghi in cui essa si realizza, raccogliere le storie degli attori che vi prendono parte, la loro esperienza di relazione ed i significati ad essa attribuiti. Le domande di ricerca riguardano: il modo in cui le politiche sono implementate ad un livello di strada da parte dei social worker (Lipsky, 1980); il modo in cui gli attori percepiscono e descrivono se stessi, l’altro e il loro tipo di relazione (Moscovici, 2005) (Durkheim & Mauss, 2009); la ricerca della presenza di reciprocità nella relazione, il modo in cui questa influenza le vite individuali e la costruzione della conoscenza relativa al fenomeno homelessness e al social work (Berger & Luckman, 1996). Si è scelto di adottare un approccio misto (Amaturo & Punziano, 2016) al fine di combinare l’etnografia urbana e organizzativa (Park & Burguess, 1925) con lo studio delle reti (Scott, 1997) che caratterizzano il contesto di osservazione. I soggetti coinvolti sono operatori sociali volontari e professionisti, persone senza dimora, cittadini residenti della città. Lo studio etnografico (Febbraio 2019 – Febbraio 2020) si è servito di quattro tipi di tecniche: l’osservazione partecipante, la conversazione etnografica, l’intervista in profondità, la storia orale. È stato possibile partecipare alla vita di n.6 servizi – un dormitorio pubblico, una unità di strada, una mensa, un emporio di abiti usati, uno sportello legale e uno medico. Questi servizi sono in prevalenza volontari, mentre quelli di natura pubblica di privato sociale (n.7) sono stati coinvolti mediante interviste in profondità e conversazioni etnografiche (un centro diurno, un’altra unità di strada, il pronto intervento sociale cittadino, tre strutture di accoglienza h24). Sono stati inoltre incontrate persone senza dimora e cittadini residenti nei luoghi della città solitamente da loro frequentati. Il campione è dunque composto da: n.58 homeless, n.42 social worker, n.13 cittadini, in tuto n.113 persone. Le tecniche sono state utilizzate in maniera progressiva con tutti i soggetti citati, raccogliendo n. 54 conversazioni etnografiche, n.22 interviste in profondità, n.37 storie orali. Rispetto agli obiettivi prefissati, si riportano i seguenti risultati: I. Al fine di descrivere il contesto della relazione abbiamo osservato il reticolato composto dai servizi coinvolti e individuato: Una progressive decentralizzazione delle strutture di accoglienza notturne e h24 nelle zone periferiche della città e una centralizzazione dei servizi finalizzati a soddisfare i bisogni primari nelle zone invece più centrali (Thomas & Znaniecki, 1918-20; 1968) Un’alta centralità delle organizzazioni del privato sociale e un’alta densità di legami tra queste e il settore pubblico, a dispetto di una minore densità tra gli stessi e il settore volontario (Emirbayer & Goodwind, 1994) Tali movimenti sembrano produrre: II. Una concentrazione di homeless nelle zone centrali, nonostante l’incremento del numero di strutture di accoglienza nelle zone periferiche, che mostra come sia possibile che il centro di interesse dei soggetti sia più vicino a bisogni relazionali piuttosto che puramente materiali. Una progressiva stratificazione di homeless basata sul tipo di servizi frequentati, il che vede i più “capaci” ospiti delle strutture di accoglienza e i meno “capaci” dimorare invece per strada o frequentare servizi diurni e a più bassa strutturazione. Questo produce in alcuni casi competizione, conflitto, discriminazione tra homeless. Nel tentativo di rilevare le rappresentazioni sociali degli attori, abbiamo individuato: - Nelle narrazioni dei social worker, una tensione tra ruolo rivestito e percezione del proprio Sé (Goffman, 1959). - Nelle narrazioni degli homeless, una tensione tra visione del Sé nel tempo presente, memoria del Sé passato e prospettiva del Sé futuro (Mead, 1966; ed.2018). Nel primo caso, i social worker gestiscono la tensione a seconda di due elementi identificati variabili: la coscienza di una distanza tra ruolo rivestito e proprio Sé; la scelta di muoversi diversamente lungo questo confine nella relazione con l’homeless, ora abbandonando il ruolo, ora rivestendolo rigidamente. A questo scopo abbiamo prodotto una tipizzazione. Nel secondo caso, gli homeless affrontano la tensione individuata in maniera differente a seconda de: la consapevolezza di non essere identificabile con l’etichetta di homeless e di poterla quindi abbandonare senza perdere un’identità, il riconoscimento da parte degli altri che questo possa realmente accadere; la scelta di adeguarsi o no alla proposta di inclusione nell’assetto dei servizi come risposta al cambiamento. Anche in questo caso abbiamo prodotto una tipizzazione. III. Infine, nel tentativo di individuare la presenza di reciprocità nella relazione oggetto di studio, abbiamo riscontrato la sua presenza ad un livello micro e simbolico (Collins, 1998) (Goffman, 1983) nella interazione tra homeless e social worker e la sua assenza a livello macro, tra homelessness e social work (Agodi, Consoli, Pennisi, & Scuderi, 2001) (Cur. Gui, 1996). A livello macro, la reciprocità sembra assumere il significato di conformità alla norma e adeguamento al sistema dei servizi come condizione per il cambiamento. A livello micro, la reciprocità riesce ad assumere forme di espressione del Sé ma anche forme di dipendenza, per entrambe le parti della relazione, le quali hanno occasione di riscoprire, in sé e nell’altro, la persona presente al di sotto del ruolo rivestito.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


