Il contributo si propone di offrire nuovi spunti di riflessione sulla poesia di Primo Levi e di esplorare i rapporti che essa intrattiene con la tradizione e con la poesia contemporanea. Il ruolo della poesia nella produzione di Levi è stato considerato marginale sia dallo stesso autore, sia dai critici, interessati per lo più alla sua opera testimoniale e solo più di recente a quella narrativa; e tuttavia come ha affermato lo stesso Levi: «In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine». Forma considerata «innaturale» dalla «metà razionale» dell’autore, la poesia fa emergere tormenti, nodi irrisolti, che come un fiume carsico riaffiorano a distanza di tempo erodendo dall’abisso dell’inconscio la tensione razionale che permea le scritture in prosa. Questo piccolo “canzoniere” attraversa per intero la vita di Levi, racchiude la tenace e faticosa ricerca di un pensiero limpido (attraverso una misura metrica che pur non essendo regolare ha presenti i modelli della tradizione), mescola leopardianamente letteratura e scienza, condensa una dimensione parenetica, sapienziale, e le spinte risorgenti dell’angoscia, dell’incubo che ritorna e trionfa. Dallo spazio periferico e marginale della poesia, luogo primigenio della scrittura di Levi (il primo componimento è del febbraio 1943), si stabilisce nel tempo un dialogo con gli scritti in prosa e con gli autori del suo ideale pantheon, prendono vita controfigure e maschere autobiografiche, si gioca, come in tutta l’opera leviana, la scommessa vitale dell’ibridazione e della contaminazione di registri, di stili, di forme.

La forma rappresa del «male che tarla il mondo»: Ad ora incerta di Primo Levi.

Natalia Maria Vacante
In corso di stampa

Abstract

Il contributo si propone di offrire nuovi spunti di riflessione sulla poesia di Primo Levi e di esplorare i rapporti che essa intrattiene con la tradizione e con la poesia contemporanea. Il ruolo della poesia nella produzione di Levi è stato considerato marginale sia dallo stesso autore, sia dai critici, interessati per lo più alla sua opera testimoniale e solo più di recente a quella narrativa; e tuttavia come ha affermato lo stesso Levi: «In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine». Forma considerata «innaturale» dalla «metà razionale» dell’autore, la poesia fa emergere tormenti, nodi irrisolti, che come un fiume carsico riaffiorano a distanza di tempo erodendo dall’abisso dell’inconscio la tensione razionale che permea le scritture in prosa. Questo piccolo “canzoniere” attraversa per intero la vita di Levi, racchiude la tenace e faticosa ricerca di un pensiero limpido (attraverso una misura metrica che pur non essendo regolare ha presenti i modelli della tradizione), mescola leopardianamente letteratura e scienza, condensa una dimensione parenetica, sapienziale, e le spinte risorgenti dell’angoscia, dell’incubo che ritorna e trionfa. Dallo spazio periferico e marginale della poesia, luogo primigenio della scrittura di Levi (il primo componimento è del febbraio 1943), si stabilisce nel tempo un dialogo con gli scritti in prosa e con gli autori del suo ideale pantheon, prendono vita controfigure e maschere autobiografiche, si gioca, come in tutta l’opera leviana, la scommessa vitale dell’ibridazione e della contaminazione di registri, di stili, di forme.
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