In studies on postwar Italy, the southern countryside has primarily been examined from a socio-political perspective, with attention to the transformations brought about by fascism, the war, and the democratic reconstruction. Less explored, however, is the relationship between social conflict, environmental resources, and territorial reorganization, as well as the role that water and hydraulic infrastructure played in shaping productive structures and containing redistributive tensions. In this perspective, the essay aims to contribute to a reinterpretation of the immediate postwar period by highlighting processes of environmental incorporation—particularly the governance of water resources—as a crucial arena of political negotiation, social reorganization, and public intervention in the Mezzogiorno. Faced with a scarcity of available means and the urgent need to address hunger, unemployment, and territorial imbalances, water emerged as both a productive lever and a contested resource among conflicting interests. Between 1944 and the early 1950s, political and economic responses to the land question and agricultural productivity followed two main paths: on the one hand, a revival of land reclamation and hydraulic control initiatives aimed at expanding cultivable land without structurally affecting large estates; on the other, the promotion of a cycle of public works and irrigation infrastructure capable of transforming agricultural productivity while also absorbing social conflict through new employment opportunities. Although these strategies differed in their social impact, they shared a productivist orientation that subordinated redistribution to the enhanced use of land and water, in line with a logic of economic growth and rationalization. This approach gave rise to novel forms of state intervention, with the creation of new technical and legal bodies capable of supporting agricultural modernization and mediating between social demands and property interests. The EIPLI—Agency for the Development of Irrigation and Land Transformation in Puglia, Lucania, and Irpinia—represents an emblematic case of this dynamic. Its establishment was the outcome of a long gestation (1944–1950) marked by tensions between transformative agendas and conservative resistance, between centrifugal regionalisms and state centralism, and between the technical expertise of bureaucratic elites and the political momentum of democratic and reformist forces. EIPLI thus stands within the lineage of a renewed "hydraulic state," heir to both reformist southernism and the agrarian interventionism developed under fascism, but reconfigured within a democratic and republican framework. Three factors were decisive in shaping the birth and structure of the agency. The first was the conflict between the old agrarian elites—still powerful within local institutions—and the new political forces (left-wing parties and segments of the Christian Democrats) advocating for centralized public management of resources. The second was the often ambiguous stance of ministerial technocracies, which engineered a compromise between institutional innovation and legal continuity with the former regime. The third concerned the securing of funding for major hydraulic works, made possible only through access to international loans and the expanding constructive role of the state. EIPLI was initially conceived by Action Party and liberal-socialist circles as an instrument for reform and democratization of the South, but was ultimately implemented by the Christian Democrats, who turned it into a pillar of their rural hegemony. Through this "relay," state intervention in the water sector assumed a firmly public form, aimed at managing social tensions through infrastructure and irrigation works. In this sense, the study of EIPLI makes it possible to grasp both the continuities and transformations in power dynamics, the mechanisms of consensus-building, and the central role of ecological factors in the development of the Mezzogiorno during the transition from dictatorship to republic.

Negli studi sul secondo dopoguerra italiano, il tema delle campagne meridionali è stato affrontato prevalentemente da una prospettiva politico-sociale, con attenzione alle trasformazioni indotte dal fascismo, dalla guerra e dalla ricostruzione democratica. Meno esplorata è stata invece la relazione tra conflitto sociale, risorse ambientali e riorganizzazione territoriale, nonché il ruolo che l’acqua e le infrastrutture idriche hanno avuto nella definizione di assetti produttivi e nel contenimento delle tensioni redistributive. In questa prospettiva, il saggio intende contribuire a una rilettura dell’immediato secondo dopoguerra mettendo in luce i processi di incorporazione ambientale, in particolare il governo delle risorse idriche, quale terreno cruciale di negoziazione politica, riorganizzazione sociale e intervento pubblico nel Mezzogiorno. A fronte della scarsità di mezzi disponibili e dell’urgenza di affrontare fame, disoccupazione e squilibri territoriali, l’acqua si configurò come leva produttiva e oggetto di contesa tra interessi divergenti. Le risposte politiche ed economiche al problema della terra e della sua produttività si indirizzarono, tra il 1944 e i primi anni Cinquanta, lungo due direttrici principali: da un lato, la ripresa delle istanze di bonifica e controllo idraulico a favore di un ampliamento del suolo coltivabile, senza intaccare strutturalmente la grande proprietà; dall’altro, la promozione di un ciclo di opere pubbliche e infrastrutturazione irrigua capace di trasformare la produttività agraria e, insieme, di assorbire il conflitto sociale attraverso nuove opportunità occupazionali. Tali strategie, pur differenti nelle ricadute sociali, condividevano un’impronta produttivistica che subordinava la redistribuzione al potenziamento dell’uso di suolo e acqua, secondo una logica di crescita e razionalizzazione economica. Questa impostazione si tradusse in forme inedite di intervento statale, con la creazione di nuovi enti tecnici e giuridici, capaci di sostenere la modernizzazione agricola e di mediare tra istanze sociali e interessi proprietari. L’Eipli – Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia – rappresenta un caso emblematico di tale dinamica. La sua costituzione fu il risultato di una lunga gestazione (1944-1950) che vide il confronto tra istanze trasformative e resistenze conservatrici, tra regionalismi centrifughi e centralismo statale, tra le competenze tecniche delle élite burocratiche e la spinta politica delle forze democratiche e riformiste. L’Eipli si colloca così nel solco di un rinnovato “Stato idraulico”, erede al tempo stesso del meridionalismo riformista e dell’interventismo agrario maturato durante il fascismo, ma riconfigurato entro un contesto democratico e repubblicano. Tre fattori furono decisivi nel definire la nascita e la fisionomia dell’Ente. Il primo fu il conflitto tra vecchie élite agrarie, ancora forti nelle istituzioni locali, e le nuove forze politiche (sinistre e segmenti della DC) favorevoli a una gestione pubblica centralizzata delle risorse. Il secondo fu il posizionamento, spesso ambiguo, delle tecnocrazie ministeriali, che operarono un compromesso tra innovazione istituzionale e continuità normativa con il passato regime. Il terzo riguardò il reperimento dei fondi per le grandi opere idrauliche, reso possibile solo grazie all’accesso a prestiti internazionali e alla crescente funzione costruttrice dello Stato. L’Eipli fu inizialmente pensato da ambienti azionisti e liberalsocialisti come strumento di riforma e democratizzazione del Mezzogiorno, ma venne infine realizzato dalla Democrazia cristiana, che ne fece un perno della propria egemonia rurale. Attraverso questa “staffetta”, l’intervento statale nel settore idrico assunse una forma stabilmente pubblica e finalizzata al governo delle tensioni sociali mediante infrastrutture e opere irrigue. In tal senso, lo studio dell’Eipli permette di cogliere la continuità e le trasformazioni delle logiche di potere, i meccanismi di costruzione del consenso e il ruolo centrale delle matrici ecologiche nello sviluppo del Mezzogiorno durante la transizione dalla dittatura alla Repubblica. --- Negli studi sul secondo dopoguerra italiano, il tema delle campagne meridionali è stato affrontato prevalentemente da una prospettiva politico-sociale, con attenzione alle trasformazioni indotte dal fascismo, dalla guerra e dalla ricostruzione democratica. Meno esplorata è stata invece la relazione tra conflitto sociale, risorse ambientali e riorganizzazione territoriale, nonché il ruolo che l’acqua e le infrastrutture idriche hanno avuto nella definizione di assetti produttivi e nel contenimento delle tensioni redistributive. In questa prospettiva, il saggio intende contribuire a una rilettura dell’immediato secondo dopoguerra mettendo in luce i processi di incorporazione ambientale, in particolare il governo delle risorse idriche, quale terreno cruciale di negoziazione politica, riorganizzazione sociale e intervento pubblico nel Mezzogiorno. A fronte della scarsità di mezzi disponibili e dell’urgenza di affrontare fame, disoccupazione e squilibri territoriali, l’acqua si configurò come leva produttiva e oggetto di contesa tra interessi divergenti. Le risposte politiche ed economiche al problema della terra e della sua produttività si indirizzarono, tra il 1944 e i primi anni Cinquanta, lungo due direttrici principali: da un lato, la ripresa delle istanze di bonifica e controllo idraulico a favore di un ampliamento del suolo coltivabile, senza intaccare strutturalmente la grande proprietà; dall’altro, la promozione di un ciclo di opere pubbliche e infrastrutturazione irrigua capace di trasformare la produttività agraria e, insieme, di assorbire il conflitto sociale attraverso nuove opportunità occupazionali. Tali strategie, pur differenti nelle ricadute sociali, condividevano un’impronta produttivistica che subordinava la redistribuzione al potenziamento dell’uso di suolo e acqua, secondo una logica di crescita e razionalizzazione economica. Questa impostazione si tradusse in forme inedite di intervento statale, con la creazione di nuovi enti tecnici e giuridici, capaci di sostenere la modernizzazione agricola e di mediare tra istanze sociali e interessi proprietari. L’Eipli – Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia – rappresenta un caso emblematico di tale dinamica. La sua costituzione fu il risultato di una lunga gestazione (1944-1950) che vide il confronto tra istanze trasformative e resistenze conservatrici, tra regionalismi centrifughi e centralismo statale, tra le competenze tecniche delle élite burocratiche e la spinta politica delle forze democratiche e riformiste. L’Eipli si colloca così nel solco di un rinnovato “Stato idraulico”, erede al tempo stesso del meridionalismo riformista e dell’interventismo agrario maturato durante il fascismo, ma riconfigurato entro un contesto democratico e repubblicano. Tre fattori furono decisivi nel definire la nascita e la fisionomia dell’Ente. Il primo fu il conflitto tra vecchie élite agrarie, ancora forti nelle istituzioni locali, e le nuove forze politiche (sinistre e segmenti della DC) favorevoli a una gestione pubblica centralizzata delle risorse. Il secondo fu il posizionamento, spesso ambiguo, delle tecnocrazie ministeriali, che operarono un compromesso tra innovazione istituzionale e continuità normativa con il passato regime. Il terzo riguardò il reperimento dei fondi per le grandi opere idrauliche, reso possibile solo grazie all’accesso a prestiti internazionali e alla crescente funzione costruttrice dello Stato. L’Eipli fu inizialmente pensato da ambienti azionisti e liberalsocialisti come strumento di riforma e democratizzazione del Mezzogiorno, ma venne infine realizzato dalla Democrazia cristiana, che ne fece un perno della propria egemonia rurale. Attraverso questa “staffetta”, l’intervento statale nel settore idrico assunse una forma stabilmente pubblica e finalizzata al governo delle tensioni sociali mediante infrastrutture e opere irrigue. In tal senso, lo studio dell’Eipli permette di cogliere la continuità e le trasformazioni delle logiche di potere, i meccanismi di costruzione del consenso e il ruolo centrale delle matrici ecologiche nello sviluppo del Mezzogiorno durante la transizione dalla dittatura alla Repubblica.

Acqua e terra. L’istituzione dell’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria di Puglia e Lucania e Irpinia

Antonio Bonatesta
2025-01-01

Abstract

In studies on postwar Italy, the southern countryside has primarily been examined from a socio-political perspective, with attention to the transformations brought about by fascism, the war, and the democratic reconstruction. Less explored, however, is the relationship between social conflict, environmental resources, and territorial reorganization, as well as the role that water and hydraulic infrastructure played in shaping productive structures and containing redistributive tensions. In this perspective, the essay aims to contribute to a reinterpretation of the immediate postwar period by highlighting processes of environmental incorporation—particularly the governance of water resources—as a crucial arena of political negotiation, social reorganization, and public intervention in the Mezzogiorno. Faced with a scarcity of available means and the urgent need to address hunger, unemployment, and territorial imbalances, water emerged as both a productive lever and a contested resource among conflicting interests. Between 1944 and the early 1950s, political and economic responses to the land question and agricultural productivity followed two main paths: on the one hand, a revival of land reclamation and hydraulic control initiatives aimed at expanding cultivable land without structurally affecting large estates; on the other, the promotion of a cycle of public works and irrigation infrastructure capable of transforming agricultural productivity while also absorbing social conflict through new employment opportunities. Although these strategies differed in their social impact, they shared a productivist orientation that subordinated redistribution to the enhanced use of land and water, in line with a logic of economic growth and rationalization. This approach gave rise to novel forms of state intervention, with the creation of new technical and legal bodies capable of supporting agricultural modernization and mediating between social demands and property interests. The EIPLI—Agency for the Development of Irrigation and Land Transformation in Puglia, Lucania, and Irpinia—represents an emblematic case of this dynamic. Its establishment was the outcome of a long gestation (1944–1950) marked by tensions between transformative agendas and conservative resistance, between centrifugal regionalisms and state centralism, and between the technical expertise of bureaucratic elites and the political momentum of democratic and reformist forces. EIPLI thus stands within the lineage of a renewed "hydraulic state," heir to both reformist southernism and the agrarian interventionism developed under fascism, but reconfigured within a democratic and republican framework. Three factors were decisive in shaping the birth and structure of the agency. The first was the conflict between the old agrarian elites—still powerful within local institutions—and the new political forces (left-wing parties and segments of the Christian Democrats) advocating for centralized public management of resources. The second was the often ambiguous stance of ministerial technocracies, which engineered a compromise between institutional innovation and legal continuity with the former regime. The third concerned the securing of funding for major hydraulic works, made possible only through access to international loans and the expanding constructive role of the state. EIPLI was initially conceived by Action Party and liberal-socialist circles as an instrument for reform and democratization of the South, but was ultimately implemented by the Christian Democrats, who turned it into a pillar of their rural hegemony. Through this "relay," state intervention in the water sector assumed a firmly public form, aimed at managing social tensions through infrastructure and irrigation works. In this sense, the study of EIPLI makes it possible to grasp both the continuities and transformations in power dynamics, the mechanisms of consensus-building, and the central role of ecological factors in the development of the Mezzogiorno during the transition from dictatorship to republic.
2025
9788849884111
Negli studi sul secondo dopoguerra italiano, il tema delle campagne meridionali è stato affrontato prevalentemente da una prospettiva politico-sociale, con attenzione alle trasformazioni indotte dal fascismo, dalla guerra e dalla ricostruzione democratica. Meno esplorata è stata invece la relazione tra conflitto sociale, risorse ambientali e riorganizzazione territoriale, nonché il ruolo che l’acqua e le infrastrutture idriche hanno avuto nella definizione di assetti produttivi e nel contenimento delle tensioni redistributive. In questa prospettiva, il saggio intende contribuire a una rilettura dell’immediato secondo dopoguerra mettendo in luce i processi di incorporazione ambientale, in particolare il governo delle risorse idriche, quale terreno cruciale di negoziazione politica, riorganizzazione sociale e intervento pubblico nel Mezzogiorno. A fronte della scarsità di mezzi disponibili e dell’urgenza di affrontare fame, disoccupazione e squilibri territoriali, l’acqua si configurò come leva produttiva e oggetto di contesa tra interessi divergenti. Le risposte politiche ed economiche al problema della terra e della sua produttività si indirizzarono, tra il 1944 e i primi anni Cinquanta, lungo due direttrici principali: da un lato, la ripresa delle istanze di bonifica e controllo idraulico a favore di un ampliamento del suolo coltivabile, senza intaccare strutturalmente la grande proprietà; dall’altro, la promozione di un ciclo di opere pubbliche e infrastrutturazione irrigua capace di trasformare la produttività agraria e, insieme, di assorbire il conflitto sociale attraverso nuove opportunità occupazionali. Tali strategie, pur differenti nelle ricadute sociali, condividevano un’impronta produttivistica che subordinava la redistribuzione al potenziamento dell’uso di suolo e acqua, secondo una logica di crescita e razionalizzazione economica. Questa impostazione si tradusse in forme inedite di intervento statale, con la creazione di nuovi enti tecnici e giuridici, capaci di sostenere la modernizzazione agricola e di mediare tra istanze sociali e interessi proprietari. L’Eipli – Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia – rappresenta un caso emblematico di tale dinamica. La sua costituzione fu il risultato di una lunga gestazione (1944-1950) che vide il confronto tra istanze trasformative e resistenze conservatrici, tra regionalismi centrifughi e centralismo statale, tra le competenze tecniche delle élite burocratiche e la spinta politica delle forze democratiche e riformiste. L’Eipli si colloca così nel solco di un rinnovato “Stato idraulico”, erede al tempo stesso del meridionalismo riformista e dell’interventismo agrario maturato durante il fascismo, ma riconfigurato entro un contesto democratico e repubblicano. Tre fattori furono decisivi nel definire la nascita e la fisionomia dell’Ente. Il primo fu il conflitto tra vecchie élite agrarie, ancora forti nelle istituzioni locali, e le nuove forze politiche (sinistre e segmenti della DC) favorevoli a una gestione pubblica centralizzata delle risorse. Il secondo fu il posizionamento, spesso ambiguo, delle tecnocrazie ministeriali, che operarono un compromesso tra innovazione istituzionale e continuità normativa con il passato regime. Il terzo riguardò il reperimento dei fondi per le grandi opere idrauliche, reso possibile solo grazie all’accesso a prestiti internazionali e alla crescente funzione costruttrice dello Stato. L’Eipli fu inizialmente pensato da ambienti azionisti e liberalsocialisti come strumento di riforma e democratizzazione del Mezzogiorno, ma venne infine realizzato dalla Democrazia cristiana, che ne fece un perno della propria egemonia rurale. Attraverso questa “staffetta”, l’intervento statale nel settore idrico assunse una forma stabilmente pubblica e finalizzata al governo delle tensioni sociali mediante infrastrutture e opere irrigue. In tal senso, lo studio dell’Eipli permette di cogliere la continuità e le trasformazioni delle logiche di potere, i meccanismi di costruzione del consenso e il ruolo centrale delle matrici ecologiche nello sviluppo del Mezzogiorno durante la transizione dalla dittatura alla Repubblica. --- Negli studi sul secondo dopoguerra italiano, il tema delle campagne meridionali è stato affrontato prevalentemente da una prospettiva politico-sociale, con attenzione alle trasformazioni indotte dal fascismo, dalla guerra e dalla ricostruzione democratica. Meno esplorata è stata invece la relazione tra conflitto sociale, risorse ambientali e riorganizzazione territoriale, nonché il ruolo che l’acqua e le infrastrutture idriche hanno avuto nella definizione di assetti produttivi e nel contenimento delle tensioni redistributive. In questa prospettiva, il saggio intende contribuire a una rilettura dell’immediato secondo dopoguerra mettendo in luce i processi di incorporazione ambientale, in particolare il governo delle risorse idriche, quale terreno cruciale di negoziazione politica, riorganizzazione sociale e intervento pubblico nel Mezzogiorno. A fronte della scarsità di mezzi disponibili e dell’urgenza di affrontare fame, disoccupazione e squilibri territoriali, l’acqua si configurò come leva produttiva e oggetto di contesa tra interessi divergenti. Le risposte politiche ed economiche al problema della terra e della sua produttività si indirizzarono, tra il 1944 e i primi anni Cinquanta, lungo due direttrici principali: da un lato, la ripresa delle istanze di bonifica e controllo idraulico a favore di un ampliamento del suolo coltivabile, senza intaccare strutturalmente la grande proprietà; dall’altro, la promozione di un ciclo di opere pubbliche e infrastrutturazione irrigua capace di trasformare la produttività agraria e, insieme, di assorbire il conflitto sociale attraverso nuove opportunità occupazionali. Tali strategie, pur differenti nelle ricadute sociali, condividevano un’impronta produttivistica che subordinava la redistribuzione al potenziamento dell’uso di suolo e acqua, secondo una logica di crescita e razionalizzazione economica. Questa impostazione si tradusse in forme inedite di intervento statale, con la creazione di nuovi enti tecnici e giuridici, capaci di sostenere la modernizzazione agricola e di mediare tra istanze sociali e interessi proprietari. L’Eipli – Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia – rappresenta un caso emblematico di tale dinamica. La sua costituzione fu il risultato di una lunga gestazione (1944-1950) che vide il confronto tra istanze trasformative e resistenze conservatrici, tra regionalismi centrifughi e centralismo statale, tra le competenze tecniche delle élite burocratiche e la spinta politica delle forze democratiche e riformiste. L’Eipli si colloca così nel solco di un rinnovato “Stato idraulico”, erede al tempo stesso del meridionalismo riformista e dell’interventismo agrario maturato durante il fascismo, ma riconfigurato entro un contesto democratico e repubblicano. Tre fattori furono decisivi nel definire la nascita e la fisionomia dell’Ente. Il primo fu il conflitto tra vecchie élite agrarie, ancora forti nelle istituzioni locali, e le nuove forze politiche (sinistre e segmenti della DC) favorevoli a una gestione pubblica centralizzata delle risorse. Il secondo fu il posizionamento, spesso ambiguo, delle tecnocrazie ministeriali, che operarono un compromesso tra innovazione istituzionale e continuità normativa con il passato regime. Il terzo riguardò il reperimento dei fondi per le grandi opere idrauliche, reso possibile solo grazie all’accesso a prestiti internazionali e alla crescente funzione costruttrice dello Stato. L’Eipli fu inizialmente pensato da ambienti azionisti e liberalsocialisti come strumento di riforma e democratizzazione del Mezzogiorno, ma venne infine realizzato dalla Democrazia cristiana, che ne fece un perno della propria egemonia rurale. Attraverso questa “staffetta”, l’intervento statale nel settore idrico assunse una forma stabilmente pubblica e finalizzata al governo delle tensioni sociali mediante infrastrutture e opere irrigue. In tal senso, lo studio dell’Eipli permette di cogliere la continuità e le trasformazioni delle logiche di potere, i meccanismi di costruzione del consenso e il ruolo centrale delle matrici ecologiche nello sviluppo del Mezzogiorno durante la transizione dalla dittatura alla Repubblica.
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