La riflessione è dedicata ai limiti alla circolazione delle azioni, tradizionalmente distinti – quanto alla loro fonte – in legali e convenzionali, a loro volta differenziati – quanto alla sfera soggettiva di opponibilità – in statutari e parasociali (o “convenzionali in senso stretto”). Le due distinzioni non solo favoriscono la descrizione del regime circolatorio di questi particolari beni ma servono anche ad offrire una chiave di lettura delle scelte del legislatore in ordine ai diversi profili di garanzia che ispirano le disposizioni di legge che le legittimano. Mentre alla base della regolazione dei limiti convenzionali vi è essenzialmente l’esigenza di bilanciare gli interessi in gioco tra l’atto di disposizione del bene (tutela della libertà negoziale) e l’attività dell’impresa azionaria (tutela della libertà di iniziativa economica), le norme di legge che fissano limiti legali rispondono anche ad altre istanze contingenti di tutela normalmente riconducibili alla continuità dell’impresa, di cui sono portatori ora i terzi (p.e., a non vedere pregiudicata la loro garanzia patrimoniale per le obbligazioni sociali o, su un diverso piano, particolari rapporti fiduciari), ora la stessa società (p.e. a non perdere apporti o utilità economiche personali del socio cedente indispensabili per il conseguimento dell’oggetto sociale). Seguendo la traccia dei profili di garanzia emerge come, dal 2003 in poi, i limiti – soprattutto convenzionali – alla circolazione delle azioni abbiano costituito sempre più uno degli strumenti a disposizione per irrobustire la stabilizzazione degli assetti proprietari o del governo della s.p.a., con l’intensificazione della tutela degli interessi organizzativi della s.p.a. senza, però, produrre eccessivo pregiudizio degli interessi individuali del socio/cedente il quale, pur con una compressione sostenibile della sua libertà negoziale, non è destinato a restare “prigioniero della società”

Limiti alla circolazione delle azioni

Chionna, Vincenzo Vito
2022-01-01

Abstract

La riflessione è dedicata ai limiti alla circolazione delle azioni, tradizionalmente distinti – quanto alla loro fonte – in legali e convenzionali, a loro volta differenziati – quanto alla sfera soggettiva di opponibilità – in statutari e parasociali (o “convenzionali in senso stretto”). Le due distinzioni non solo favoriscono la descrizione del regime circolatorio di questi particolari beni ma servono anche ad offrire una chiave di lettura delle scelte del legislatore in ordine ai diversi profili di garanzia che ispirano le disposizioni di legge che le legittimano. Mentre alla base della regolazione dei limiti convenzionali vi è essenzialmente l’esigenza di bilanciare gli interessi in gioco tra l’atto di disposizione del bene (tutela della libertà negoziale) e l’attività dell’impresa azionaria (tutela della libertà di iniziativa economica), le norme di legge che fissano limiti legali rispondono anche ad altre istanze contingenti di tutela normalmente riconducibili alla continuità dell’impresa, di cui sono portatori ora i terzi (p.e., a non vedere pregiudicata la loro garanzia patrimoniale per le obbligazioni sociali o, su un diverso piano, particolari rapporti fiduciari), ora la stessa società (p.e. a non perdere apporti o utilità economiche personali del socio cedente indispensabili per il conseguimento dell’oggetto sociale). Seguendo la traccia dei profili di garanzia emerge come, dal 2003 in poi, i limiti – soprattutto convenzionali – alla circolazione delle azioni abbiano costituito sempre più uno degli strumenti a disposizione per irrobustire la stabilizzazione degli assetti proprietari o del governo della s.p.a., con l’intensificazione della tutela degli interessi organizzativi della s.p.a. senza, però, produrre eccessivo pregiudizio degli interessi individuali del socio/cedente il quale, pur con una compressione sostenibile della sua libertà negoziale, non è destinato a restare “prigioniero della società”
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