Dopo la “scoperta del bambino” nell’Ottocento, le narrazioni sulla scuola si sono moltiplicate in modo esponenziale. In tutto questo zampillare di riflessioni e proposte, emerge dunque che la scuola è e resta importante nella costruzione biografica di ogni cittadina e cittadino del nostro tempo, così importante da lasciare cicatrici indelebili o regalare relazioni umane inestimabili. La scuola non è un’isola felice abitata da esseri entusiasti di imparare e grati per le grandi occasioni che ricevono. Se qualcuno è felice dentro la scuola è per incontri accidentali e non in virtù del virtuoso funzionamento del sistema e quindi non fa testo, oppure per la capacità tutta infantile di raccogliere e far crescere il bene, nonostante e non grazie alla scuola. Per addivenire a questa amara consapevolezza bisogna dismettere l’habitus alla cecità difensiva, mettere tra parentesi gli automatismi delle routine che occludono lo sguardo e impediscono l’ascolto profondo del malessere. Uscire dalla logica mortifera del senso di colpa e attraversare il dolore della scoperta. Bisogna nutrire la capacità adulta di lasciar cadere l’illusione senza tuttavia perdere l’incanto, finirla con le idealizzazioni e toccare con mano la callosità dell’esperienza.
Prefazione di Gabriella Falcicchio
Falcicchio Gabriella
2022-01-01
Abstract
Dopo la “scoperta del bambino” nell’Ottocento, le narrazioni sulla scuola si sono moltiplicate in modo esponenziale. In tutto questo zampillare di riflessioni e proposte, emerge dunque che la scuola è e resta importante nella costruzione biografica di ogni cittadina e cittadino del nostro tempo, così importante da lasciare cicatrici indelebili o regalare relazioni umane inestimabili. La scuola non è un’isola felice abitata da esseri entusiasti di imparare e grati per le grandi occasioni che ricevono. Se qualcuno è felice dentro la scuola è per incontri accidentali e non in virtù del virtuoso funzionamento del sistema e quindi non fa testo, oppure per la capacità tutta infantile di raccogliere e far crescere il bene, nonostante e non grazie alla scuola. Per addivenire a questa amara consapevolezza bisogna dismettere l’habitus alla cecità difensiva, mettere tra parentesi gli automatismi delle routine che occludono lo sguardo e impediscono l’ascolto profondo del malessere. Uscire dalla logica mortifera del senso di colpa e attraversare il dolore della scoperta. Bisogna nutrire la capacità adulta di lasciar cadere l’illusione senza tuttavia perdere l’incanto, finirla con le idealizzazioni e toccare con mano la callosità dell’esperienza.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


