Il presente contributo si pone in continuità con un precedente studio dedicato alla statua colossale identificata con l’imperatore Eraclio (575-641). Dopo i risultati ottenuti dalle indagini diagnostiche effettuate nel corso del recente restauro (2014-2015), che hanno consentito di verificare la validità delle ipotesi avanzate in precedenza, la ricerca si è orientata, attraverso un percorso a ritroso, ad analizzare la notevole quantità di memorie grafiche, disegni, acquerelli, stampe che nel corso dei secoli hanno accompagnato la vita della statua. A partire dal XVIII-XIX secolo sono passati in rassegna i disegni di Jean-Baptiste Seroux d’Agincourt, di Willey Reveley, di Louis Ducros, di Giovanni Battista Dessori fino alle rappresentazioni grafiche di Aubin-Louis Millin, di Heirich Wilhelm Schulz e alle litografie ottocentesche di Gioacchino Forino e Achille Vianelli, oltre ad una serie di disegni affidati ad autori locali come Troiano Marulli e Antonio Grimaldi. L’interesse verso il Colosso, oggetto dalla fine del XIX secolo anche di un numero rilevante di immagini fotografiche, non nasceva in questi secoli quale mero riflesso degli studi di matrice neoclassica o antiquaria, ma aveva origini ben più antiche. La monumentalità del manufatto, il suo apparire tanto profondamente decontestualizzato nell’ambiente urbano e territoriale, i molti dubbi circa la sua identità e provenienza, avevano già attirato l’interesse dell’artista portoghese, Francisco de Hollanda (1517-1585). Il disegno conservato nella raccolta delle Antigualhas d’Italia, ha consentito di indagare circa la ‘fama’ che il manufatto tardoantico godeva negli ambienti umanisti, primo fra tutti il circolo di Vittoria Colonna, coinvolgendo trattatisti e intellettuali come Pomponio Gaurico e Paolo Giovio. L’attenzione di questi autori per il Colosso nasceva principalmente dall’interesse che gli uomini del Rinascimento avevano per le opere colossali, testimoniato anche da una serie di fonti di carattere più propriamente storiche, puntualmente indagate, come quelle di Giovanno Pontano e di Rogerio de Pacientia. Una seconda parte dell’intervento si è invece incentrato sulla presenza della statua in città e sulla percezione che il manufatto tardoantico ha generato nella città costiera nel corso del Medioevo, sui processi di appropriazione e di identificazione in relazione al culto della Croce ed alla basilica del Santo Sepolcro, davanti alla quale l’opera fu collocata. Particolarmente interessanti si sono rivelate le relazioni tra i risultati della termoluminescenza e la riflessione sulle trasformazioni urbane promosse dagli Angiò, in particolare da Roberto, che hanno condotto ad una inedita lettura del tessuto urbano circostante. L’ultima fase della ricerca ha riguardato alcune opere inedite di età giustinianea presenti nel territorio barlettano, che oltre a certificare l’esistenza di rotte commerciali che per lungo tempo hanno unito la Puglia all’Oriente, rendono la presenza della statua colossale meno isolata nel contesto della Puglia tardoantica, suggerendo nuove possibili ipotesi sulla sua provenienza. Tale studio si inserisce in un più vasto progetto di ricerca che ha portato alla curatela di questo volume .

La 'seconda vita' del Colosso: un percorso a ritroso (XIX-V secolo)

Luisa Derosa
2019

Abstract

Il presente contributo si pone in continuità con un precedente studio dedicato alla statua colossale identificata con l’imperatore Eraclio (575-641). Dopo i risultati ottenuti dalle indagini diagnostiche effettuate nel corso del recente restauro (2014-2015), che hanno consentito di verificare la validità delle ipotesi avanzate in precedenza, la ricerca si è orientata, attraverso un percorso a ritroso, ad analizzare la notevole quantità di memorie grafiche, disegni, acquerelli, stampe che nel corso dei secoli hanno accompagnato la vita della statua. A partire dal XVIII-XIX secolo sono passati in rassegna i disegni di Jean-Baptiste Seroux d’Agincourt, di Willey Reveley, di Louis Ducros, di Giovanni Battista Dessori fino alle rappresentazioni grafiche di Aubin-Louis Millin, di Heirich Wilhelm Schulz e alle litografie ottocentesche di Gioacchino Forino e Achille Vianelli, oltre ad una serie di disegni affidati ad autori locali come Troiano Marulli e Antonio Grimaldi. L’interesse verso il Colosso, oggetto dalla fine del XIX secolo anche di un numero rilevante di immagini fotografiche, non nasceva in questi secoli quale mero riflesso degli studi di matrice neoclassica o antiquaria, ma aveva origini ben più antiche. La monumentalità del manufatto, il suo apparire tanto profondamente decontestualizzato nell’ambiente urbano e territoriale, i molti dubbi circa la sua identità e provenienza, avevano già attirato l’interesse dell’artista portoghese, Francisco de Hollanda (1517-1585). Il disegno conservato nella raccolta delle Antigualhas d’Italia, ha consentito di indagare circa la ‘fama’ che il manufatto tardoantico godeva negli ambienti umanisti, primo fra tutti il circolo di Vittoria Colonna, coinvolgendo trattatisti e intellettuali come Pomponio Gaurico e Paolo Giovio. L’attenzione di questi autori per il Colosso nasceva principalmente dall’interesse che gli uomini del Rinascimento avevano per le opere colossali, testimoniato anche da una serie di fonti di carattere più propriamente storiche, puntualmente indagate, come quelle di Giovanno Pontano e di Rogerio de Pacientia. Una seconda parte dell’intervento si è invece incentrato sulla presenza della statua in città e sulla percezione che il manufatto tardoantico ha generato nella città costiera nel corso del Medioevo, sui processi di appropriazione e di identificazione in relazione al culto della Croce ed alla basilica del Santo Sepolcro, davanti alla quale l’opera fu collocata. Particolarmente interessanti si sono rivelate le relazioni tra i risultati della termoluminescenza e la riflessione sulle trasformazioni urbane promosse dagli Angiò, in particolare da Roberto, che hanno condotto ad una inedita lettura del tessuto urbano circostante. L’ultima fase della ricerca ha riguardato alcune opere inedite di età giustinianea presenti nel territorio barlettano, che oltre a certificare l’esistenza di rotte commerciali che per lungo tempo hanno unito la Puglia all’Oriente, rendono la presenza della statua colossale meno isolata nel contesto della Puglia tardoantica, suggerendo nuove possibili ipotesi sulla sua provenienza. Tale studio si inserisce in un più vasto progetto di ricerca che ha portato alla curatela di questo volume .
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11586/275950
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