Nei mercati di capitali perfettamente funzionanti, è il prezzo l’indicatore più attendibile per l’allocazione delle risorse economiche. In mercati dei capitali imperfetti, maggiori e migliori informazioni portano a un livello di incertezza minore e ad allocazioni più efficienti del capitale. Nelle decisioni di allocazione del capitale, la misurazione del rischio ha un ruolo centrale: gli investitori scelgono di allocare il capitale presso opportunità d’investimento che forniscono rendimenti più alti, a parità di livello di rischio. Il rischio dell’investimento si riferisce alla variabilità dei rendimenti attesi dello stesso, che sono determinati dalle aspettative sull’andamento economico dell’attività produttiva sottesa, la quale, a sua volta, è condizionata da una moltitudine di rischi, rubricabili in due categorie principali: finanziari e non finanziari. I rischi non finanziari comprendono fattori politici, operativi, ambientali, sociali e di governance. Ossimoricamente, l’impatto che questi rischi possono avere è di natura finanziaria, potendo essi limitare o addirittura interrompere l’operatività della società. La domanda degli investitori per una maggiore trasparenza include richieste crescenti di disclosure di informazioni non finanziarie, spinte dalla motivazione che la diffusione di tali dati migliora la capacità di valutare e comprendere i rischi di lungo periodo della società. Se si pensa, in particolare, all’informativa sul rischio relativo al cambiamento climatico, appare quanto mai necessario che essa sia efficace ed effettiva, perché altrimenti l’investitore non sarebbe messo nelle condizioni di attribuire “il giusto prezzo” al suo impatto (Recommendations of the Task Force on Climate-Related Financial Disclosure, 2016). Una delle maggiori criticità che presenta questo tipo di disclosure è, infatti, la genericità del linguaggio che spesso viene utilizzato nell’informativa, alle volte addirittura tale da disinnescare la percezione del rischio ad essa connessa. Il presente lavoro è un tentativo embrionale di proporre un paradigma scientifico alla Corporate Risk Disclosure, sulla scorta degli studi empirici condotti in materia di comunicazione del rischio ambientale tout court, attraverso l’applicazione della Construal Level Theory (Liberman e Trope, 2008). Quest’ultima ci prospetta la conoscenza del fenomeno come un costrutto mentale che si sviluppa, in modo astratto o concreto, a seconda della distanza determinatasi tra il soggetto ed il fenomeno su quattro dimensioni (temporale spaziale, probabilistica e sociale). Studi empirici hanno dimostrato che, manipolando le informazioni relative all’evento dannoso su una di queste quattro dimensioni, avvicinando l’evento al destinatario del messaggio, si rende più concreta, e dunque si aumenta, la percezione del rischio, evitando che quest’ultimo venga sottostimato dall’investitore e che all’impatto venga attribuito un minor prezzo, al momento della scelta d’investimento. Il presente lavoro, di natura narrativa, è così organizzato: nella prima parte viene descritto lo stato dell’arte della CRD ambientale in alcune legislazioni, nazionali e sovranazionali, e si propone una rassegna teorica della letteratura sui limiti della CRD ambientale; nella seconda parte si presenta la CLT nelle sue linee generali, nonché le sue applicazioni sperimentali specifiche in tema di comunicazione del rischio ambientale; ed, infine, vengono offerte alcune considerazioni conclusive in merito agli effetti potenziali che la CLT applicata alla CRD sul rischio climatico potrebbe spiegare nella percezione del rischio del lettore e, dunque, nelle scelte dell’investitore.

Comunicare il rischio ambientale: l’approccio della Construal Level Theory of Psychological Distance

ANNA RINALDI
2020

Abstract

Nei mercati di capitali perfettamente funzionanti, è il prezzo l’indicatore più attendibile per l’allocazione delle risorse economiche. In mercati dei capitali imperfetti, maggiori e migliori informazioni portano a un livello di incertezza minore e ad allocazioni più efficienti del capitale. Nelle decisioni di allocazione del capitale, la misurazione del rischio ha un ruolo centrale: gli investitori scelgono di allocare il capitale presso opportunità d’investimento che forniscono rendimenti più alti, a parità di livello di rischio. Il rischio dell’investimento si riferisce alla variabilità dei rendimenti attesi dello stesso, che sono determinati dalle aspettative sull’andamento economico dell’attività produttiva sottesa, la quale, a sua volta, è condizionata da una moltitudine di rischi, rubricabili in due categorie principali: finanziari e non finanziari. I rischi non finanziari comprendono fattori politici, operativi, ambientali, sociali e di governance. Ossimoricamente, l’impatto che questi rischi possono avere è di natura finanziaria, potendo essi limitare o addirittura interrompere l’operatività della società. La domanda degli investitori per una maggiore trasparenza include richieste crescenti di disclosure di informazioni non finanziarie, spinte dalla motivazione che la diffusione di tali dati migliora la capacità di valutare e comprendere i rischi di lungo periodo della società. Se si pensa, in particolare, all’informativa sul rischio relativo al cambiamento climatico, appare quanto mai necessario che essa sia efficace ed effettiva, perché altrimenti l’investitore non sarebbe messo nelle condizioni di attribuire “il giusto prezzo” al suo impatto (Recommendations of the Task Force on Climate-Related Financial Disclosure, 2016). Una delle maggiori criticità che presenta questo tipo di disclosure è, infatti, la genericità del linguaggio che spesso viene utilizzato nell’informativa, alle volte addirittura tale da disinnescare la percezione del rischio ad essa connessa. Il presente lavoro è un tentativo embrionale di proporre un paradigma scientifico alla Corporate Risk Disclosure, sulla scorta degli studi empirici condotti in materia di comunicazione del rischio ambientale tout court, attraverso l’applicazione della Construal Level Theory (Liberman e Trope, 2008). Quest’ultima ci prospetta la conoscenza del fenomeno come un costrutto mentale che si sviluppa, in modo astratto o concreto, a seconda della distanza determinatasi tra il soggetto ed il fenomeno su quattro dimensioni (temporale spaziale, probabilistica e sociale). Studi empirici hanno dimostrato che, manipolando le informazioni relative all’evento dannoso su una di queste quattro dimensioni, avvicinando l’evento al destinatario del messaggio, si rende più concreta, e dunque si aumenta, la percezione del rischio, evitando che quest’ultimo venga sottostimato dall’investitore e che all’impatto venga attribuito un minor prezzo, al momento della scelta d’investimento. Il presente lavoro, di natura narrativa, è così organizzato: nella prima parte viene descritto lo stato dell’arte della CRD ambientale in alcune legislazioni, nazionali e sovranazionali, e si propone una rassegna teorica della letteratura sui limiti della CRD ambientale; nella seconda parte si presenta la CLT nelle sue linee generali, nonché le sue applicazioni sperimentali specifiche in tema di comunicazione del rischio ambientale; ed, infine, vengono offerte alcune considerazioni conclusive in merito agli effetti potenziali che la CLT applicata alla CRD sul rischio climatico potrebbe spiegare nella percezione del rischio del lettore e, dunque, nelle scelte dell’investitore.
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