Il saggio introduce il progetto di Giovanni Castelli per il Palazzo degli Studi di Bari. Si trattava della ventesima proposta sulle quarantatré complessive giunte al cosiddetto Giurì, organismo che scelse di avvalersi del parere dell’architetto Emilio De Fabris, professore di Architettura della Regia Accademia di Belle Arti di Firenze, negli stessi anni impegnato in molte commissioni giudicatrici di vari concorsi tra Bologna, Prato, Cremona, Messina, Perugia e Genova. Il nome di De Fabris in questa fase aveva già assunto il giusto rilievo nel lungo iter per la realizzazione della facciata del duomo di Santa Maria del Fiore, cui sommare l’affidamento dei lavori, sempre nella prima metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, per la tribuna del David nella fiorentina Galleria dell’Accademia poi portata a termine nel 1882. Il vincitore designato, Castelli, che attribuì al suo progetto il nome del presidente americano Abraham Lincoln, riprendeva l’idea di un edificio da intedersi come ‘fabbrica della cultura’, forse un unicum nel panorama meridionale del XIX secolo, di cui facevano parte la Biblioteca Sagarriga-Visconti, un Osservatorio, il Convitto Nazionale e diverse scuole di ogni ordine e grado (ma non ancora l’Università che sarebbe arrivata anni dopo con Mussolini), comunque con connotati se vogliamo enciclopedico-universali analoghi a quelli che si erano cercati a Napoli . Qui, infatti, però già nella seconda metà del Settecento, un altro Palazzo degli Studi (in principio cavallerizza e poi adattato per l’Università) venne individuato quale luogo ideale per ospitare non solo le sculture, ma anche i dipinti Farnese insieme alle antichità provenienti da Ercolano e da Pompei, oltreché da siti pugliesi come Canosa, Egnatia, Ceglie del Campo e, naturalmente, Ruvo. Sarà sempre Castelli a seguire anche la decorazione degli spazi del Museo Provinciale, scegliendo il bolognese Rinaldo Casanova, il quale aveva già al suo attivo l’allestimento dell’armeria farnesiana-borbonica a Capodimonte (1884) e diverse esperienze all’estero, in particolare in Inghilterra (Venice in Birmingham, Salviati’s Glass Factory), da lui risolto con uno spirito di ambientazione che rimandava alle spazialità di una dimora fiorentina del XVI secolo. Entrando poi nel dettaglio dei modelli da lui presi a riferimento per Bari, Castelli scrisse che tali bozzetti offrivano «ogni garanzia ottemperandosi a seguire lo stile del Raffaello e degli Zuccheri trattato nelle Logge del Vaticano a Roma dal primo, e dai secondi nel Palazzo Caprarola». Sull’intervento di Casanova, denso di rimandi iconografici a quell’antico proposto ai visitatori del neonato Museo Provinciale, non mancherà in città di aprirsi un fronte polemico contro l’artista ‘forestiero’, come quello portato avanti dalle pagine di una rivista di rilevanza nazionale quale la fiorentina ‘Arte e Storia’.

«The Atheneum». Tempi, forme e funzioni per il Palazzo degli Studi e il Museo Provinciale di Bari

Andrea Leonardi
2020

Abstract

Il saggio introduce il progetto di Giovanni Castelli per il Palazzo degli Studi di Bari. Si trattava della ventesima proposta sulle quarantatré complessive giunte al cosiddetto Giurì, organismo che scelse di avvalersi del parere dell’architetto Emilio De Fabris, professore di Architettura della Regia Accademia di Belle Arti di Firenze, negli stessi anni impegnato in molte commissioni giudicatrici di vari concorsi tra Bologna, Prato, Cremona, Messina, Perugia e Genova. Il nome di De Fabris in questa fase aveva già assunto il giusto rilievo nel lungo iter per la realizzazione della facciata del duomo di Santa Maria del Fiore, cui sommare l’affidamento dei lavori, sempre nella prima metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, per la tribuna del David nella fiorentina Galleria dell’Accademia poi portata a termine nel 1882. Il vincitore designato, Castelli, che attribuì al suo progetto il nome del presidente americano Abraham Lincoln, riprendeva l’idea di un edificio da intedersi come ‘fabbrica della cultura’, forse un unicum nel panorama meridionale del XIX secolo, di cui facevano parte la Biblioteca Sagarriga-Visconti, un Osservatorio, il Convitto Nazionale e diverse scuole di ogni ordine e grado (ma non ancora l’Università che sarebbe arrivata anni dopo con Mussolini), comunque con connotati se vogliamo enciclopedico-universali analoghi a quelli che si erano cercati a Napoli . Qui, infatti, però già nella seconda metà del Settecento, un altro Palazzo degli Studi (in principio cavallerizza e poi adattato per l’Università) venne individuato quale luogo ideale per ospitare non solo le sculture, ma anche i dipinti Farnese insieme alle antichità provenienti da Ercolano e da Pompei, oltreché da siti pugliesi come Canosa, Egnatia, Ceglie del Campo e, naturalmente, Ruvo. Sarà sempre Castelli a seguire anche la decorazione degli spazi del Museo Provinciale, scegliendo il bolognese Rinaldo Casanova, il quale aveva già al suo attivo l’allestimento dell’armeria farnesiana-borbonica a Capodimonte (1884) e diverse esperienze all’estero, in particolare in Inghilterra (Venice in Birmingham, Salviati’s Glass Factory), da lui risolto con uno spirito di ambientazione che rimandava alle spazialità di una dimora fiorentina del XVI secolo. Entrando poi nel dettaglio dei modelli da lui presi a riferimento per Bari, Castelli scrisse che tali bozzetti offrivano «ogni garanzia ottemperandosi a seguire lo stile del Raffaello e degli Zuccheri trattato nelle Logge del Vaticano a Roma dal primo, e dai secondi nel Palazzo Caprarola». Sull’intervento di Casanova, denso di rimandi iconografici a quell’antico proposto ai visitatori del neonato Museo Provinciale, non mancherà in città di aprirsi un fronte polemico contro l’artista ‘forestiero’, come quello portato avanti dalle pagine di una rivista di rilevanza nazionale quale la fiorentina ‘Arte e Storia’.
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