Nell’agosto del 1894, il primo direttore dell’Istituto, il tedesco Maximilian Mayer, procedeva alla schedatura di alcuni dipinti su tavola variamente attribuiti a Bartolomeo, ad Antonio e ad Alvise Vivarini. Tra questi, figurava un ‘Sant’Antonio da Padova’ contrassegnato dall’iscrizione «Ant. De Muranto 1467», cioé Antonio Vivarini, in quel momento ancora affiancato a una seconda tavola recante invece l’altrettanto longilinea effigie di ‘San Ludovico da Tolosa’. Con tale combinazione i due santi vennero esposti nel Museo Provinciale, così come risulta attestato da una prima fotografia storica relativa alla stanza che dava accesso al percorso espositivo, da accostare ad una seconda posa, più di dettaglio, che restituisce il ‘dittico’ appeso sulla parete della sala dotato di una carpenteria mistilinea moderna. Nella medesima quadreria vi erano inoltre altre due tavole appaiate, un ‘San Giovanni Battista’ e un ‘San Francesco d’Assisi’, cui sommare un ‘Cristo in Pietà’ e tre scomparti di un polittico raffiguranti i ‘Santi Michele Arcangelo e Antonio da Padova, San Francesco d’Assisi e i Santi Bernardino da Siena e Pietro Apostolo’. Tutti provenivano dal convento dei Minori Osservanti di Andria e fecero il loro ingresso nel Museo Provinciale nel 1891. La componente veneta del Museo ospitato nel Palazzo degli Studi di Bari attirò l’attenzione di insigni studiosi come Bernard Berenson, che nel 1907 avrebbe visitato l’Istituto e preso nota delle opere di maggior pregio in esso custodite. Nel 1914, fu la volta di Gustavo Frizzoni che diede ampio spazio ai Vivarini della raccolta barese in un suo fondamentale contributo pubblicato nella rivista «Bollettino d’Arte». Il saggio di Frizzoni, intitolato ‘Opere di pittura venete lungo la costa meridionale dell’Adriatico’, diede avvio a un vero e proprio dibattito poi ulteriormente intensificatosi negli anni Sessanta del Novecento con gli studi di Rodolfo Pallucchini (1962), di Michele D’Elia (1964) e di Maria Stella Calò Mariani (1969). Sempre Frizzoni rimarcò inoltre il valore identitario delle opere venete raccolte a Bari, in Puglia e nel Museo Provinciale in questione. A tal proposito, si consideri che ancora nel 2013 una di queste, il polittico di cui è parte lo scomparto andato in mostra (il ‘Sant’Antonio da Padova’ firmato, datato e recante le tracce di un disegno a carboncino sul retro), è stato ‘scelto’ da Prada proprio per questa sua valenza. Esso è stato restaurato in coincidenza dell’inaugurazione di una nuova boutique del Gruppo affacciata sulla centralissima via Sparano, tra l’altro aperta negli spazi che erano stati dello storico editore barese di Benedetto Croce, Giuseppe Laterza, che aveva iniziato a muovere i primi passi (1901) subito dopo l’apertura al pubblico del Museo Provinciale (1890).

Pinacoteca, Museo Provinciale o Nazionale? Per una storia del Museo nel Palazzo degli Studi di Bari (1875-1928)

Andrea Leonardi
2020

Abstract

Nell’agosto del 1894, il primo direttore dell’Istituto, il tedesco Maximilian Mayer, procedeva alla schedatura di alcuni dipinti su tavola variamente attribuiti a Bartolomeo, ad Antonio e ad Alvise Vivarini. Tra questi, figurava un ‘Sant’Antonio da Padova’ contrassegnato dall’iscrizione «Ant. De Muranto 1467», cioé Antonio Vivarini, in quel momento ancora affiancato a una seconda tavola recante invece l’altrettanto longilinea effigie di ‘San Ludovico da Tolosa’. Con tale combinazione i due santi vennero esposti nel Museo Provinciale, così come risulta attestato da una prima fotografia storica relativa alla stanza che dava accesso al percorso espositivo, da accostare ad una seconda posa, più di dettaglio, che restituisce il ‘dittico’ appeso sulla parete della sala dotato di una carpenteria mistilinea moderna. Nella medesima quadreria vi erano inoltre altre due tavole appaiate, un ‘San Giovanni Battista’ e un ‘San Francesco d’Assisi’, cui sommare un ‘Cristo in Pietà’ e tre scomparti di un polittico raffiguranti i ‘Santi Michele Arcangelo e Antonio da Padova, San Francesco d’Assisi e i Santi Bernardino da Siena e Pietro Apostolo’. Tutti provenivano dal convento dei Minori Osservanti di Andria e fecero il loro ingresso nel Museo Provinciale nel 1891. La componente veneta del Museo ospitato nel Palazzo degli Studi di Bari attirò l’attenzione di insigni studiosi come Bernard Berenson, che nel 1907 avrebbe visitato l’Istituto e preso nota delle opere di maggior pregio in esso custodite. Nel 1914, fu la volta di Gustavo Frizzoni che diede ampio spazio ai Vivarini della raccolta barese in un suo fondamentale contributo pubblicato nella rivista «Bollettino d’Arte». Il saggio di Frizzoni, intitolato ‘Opere di pittura venete lungo la costa meridionale dell’Adriatico’, diede avvio a un vero e proprio dibattito poi ulteriormente intensificatosi negli anni Sessanta del Novecento con gli studi di Rodolfo Pallucchini (1962), di Michele D’Elia (1964) e di Maria Stella Calò Mariani (1969). Sempre Frizzoni rimarcò inoltre il valore identitario delle opere venete raccolte a Bari, in Puglia e nel Museo Provinciale in questione. A tal proposito, si consideri che ancora nel 2013 una di queste, il polittico di cui è parte lo scomparto andato in mostra (il ‘Sant’Antonio da Padova’ firmato, datato e recante le tracce di un disegno a carboncino sul retro), è stato ‘scelto’ da Prada proprio per questa sua valenza. Esso è stato restaurato in coincidenza dell’inaugurazione di una nuova boutique del Gruppo affacciata sulla centralissima via Sparano, tra l’altro aperta negli spazi che erano stati dello storico editore barese di Benedetto Croce, Giuseppe Laterza, che aveva iniziato a muovere i primi passi (1901) subito dopo l’apertura al pubblico del Museo Provinciale (1890).
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