Sin dalla fine del V secolo, nella scuola di Ammonio ad Alessandria, si tendeva a non far grande uso della letteratura oracolare nell'insegnamento filosofico, sebbene la sua autenticità non fosse ancora messa in discussione. Al contrario, quella letteratura aveva avuto una grande diffusione fra filosofi neoplatonici e teurgi delle generazioni precedenti, soprattutto ad Atene. Secondo Richard Sorabji, un accordo era stato stipulato fra Ammonio e le autorità cristiane ad Alessandria, accordo che gli valse la salvezza dalle persecuzioni antipagane, purché egli rinunciasse alle pratiche di devozione pagana nell'insegnamento. Un analogo atteggiamento di prudenza caratterizzò alcuni allievi di Ammonio, soprattutto il cristiano Giovanni Filopono. Mentre il suo interesse verso la tradizione della teurgia neoplatonica è in qualche modo riconoscibile, nella sua produzione filosofica si nota talora un disagio nella definizione dei fondamenti logici della profezia pagana: il che è tanto più evidente se si consideri che il riuso degli oracoli pagani a fini cristiani era tutt'altro che raro nell'Egitto e nella Palestina del tempo. Un più attento esame dei riferimenti al tema nella produzione filoponiana mostra un'evoluzione, sia pure non dichiarata, che procede parallelamente all'approfondimento della riflessione su alcuni temi-cardine della fisica greca, in particolar modo aristotelica. Infatti, la pratica pagana della divinazione comporta un vincolo immanente fra la materia sensibile e la divinità che né la filosofia aristotelica né l'idea cristiana di trascendenza rendevano ammissibile.

Since the end of the fifth century, within Ammonius’ philosophical school in Alexandria, there was some reluctance to take advantage of the pagan oracular literature, although its authenticity was not yet disputed. On the contrary, its knowledge had been widely circulated among Neoplatonic philosophers and theurgists of previous generations, especially in Athens. According to Richard Sorabji, a deal was arranged between Ammonius and the Christian Alexandrian authorities, who spared him from the anti-pagan prosecution, provided that he did away with pagan worship in his teaching. Such prudence seems to have been applied by some of Ammonius’ pupils, chiefly by the Christian John Philoponus. While his interest in the theurgic Neoplatonic tradition can be somehow recognized, a certain discomfort in defining the logic foundation of the pagan prophecy occasionally emerges in his philosophic production: such uneasiness is more striking if we consider that the reuse of pagan oracles for Christian purposes was far from uncommon in Egypt and Palestine in that period. A closer examination of Philoponus’ references to the topic shows a development, although not so apparent, which goes along with his progressive questioning of some of the cornerstones of the Greek, mainly Aristotelian physics. In fact, the pagan practice of divination implies a sort of link between matter and divine realities that neither the Aristotelian philosophy nor the Christian idea of transcendence can admit, according to Philoponus.

Pagan Prophecy and Prediction of the Future: an Uncomfortable Topic in Sixth Century Alexandria

Claudio Schiano
2019

Abstract

Since the end of the fifth century, within Ammonius’ philosophical school in Alexandria, there was some reluctance to take advantage of the pagan oracular literature, although its authenticity was not yet disputed. On the contrary, its knowledge had been widely circulated among Neoplatonic philosophers and theurgists of previous generations, especially in Athens. According to Richard Sorabji, a deal was arranged between Ammonius and the Christian Alexandrian authorities, who spared him from the anti-pagan prosecution, provided that he did away with pagan worship in his teaching. Such prudence seems to have been applied by some of Ammonius’ pupils, chiefly by the Christian John Philoponus. While his interest in the theurgic Neoplatonic tradition can be somehow recognized, a certain discomfort in defining the logic foundation of the pagan prophecy occasionally emerges in his philosophic production: such uneasiness is more striking if we consider that the reuse of pagan oracles for Christian purposes was far from uncommon in Egypt and Palestine in that period. A closer examination of Philoponus’ references to the topic shows a development, although not so apparent, which goes along with his progressive questioning of some of the cornerstones of the Greek, mainly Aristotelian physics. In fact, the pagan practice of divination implies a sort of link between matter and divine realities that neither the Aristotelian philosophy nor the Christian idea of transcendence can admit, according to Philoponus.
978-3-8253-4615-7
Sin dalla fine del V secolo, nella scuola di Ammonio ad Alessandria, si tendeva a non far grande uso della letteratura oracolare nell'insegnamento filosofico, sebbene la sua autenticità non fosse ancora messa in discussione. Al contrario, quella letteratura aveva avuto una grande diffusione fra filosofi neoplatonici e teurgi delle generazioni precedenti, soprattutto ad Atene. Secondo Richard Sorabji, un accordo era stato stipulato fra Ammonio e le autorità cristiane ad Alessandria, accordo che gli valse la salvezza dalle persecuzioni antipagane, purché egli rinunciasse alle pratiche di devozione pagana nell'insegnamento. Un analogo atteggiamento di prudenza caratterizzò alcuni allievi di Ammonio, soprattutto il cristiano Giovanni Filopono. Mentre il suo interesse verso la tradizione della teurgia neoplatonica è in qualche modo riconoscibile, nella sua produzione filosofica si nota talora un disagio nella definizione dei fondamenti logici della profezia pagana: il che è tanto più evidente se si consideri che il riuso degli oracoli pagani a fini cristiani era tutt'altro che raro nell'Egitto e nella Palestina del tempo. Un più attento esame dei riferimenti al tema nella produzione filoponiana mostra un'evoluzione, sia pure non dichiarata, che procede parallelamente all'approfondimento della riflessione su alcuni temi-cardine della fisica greca, in particolar modo aristotelica. Infatti, la pratica pagana della divinazione comporta un vincolo immanente fra la materia sensibile e la divinità che né la filosofia aristotelica né l'idea cristiana di trascendenza rendevano ammissibile.
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