Lo specchio dei media si è frantumato, ha tradito la sua missione o si è manifestato coerentemente alla propria ontologia? Black Mirror è il testo per antonomasia di antropologia culturale, mediologia e sociologia dell’immaginario votato ad approfondire tale cruciale quesito, fino a precipitarci nei suoi abissi più oscuri e morbosi. Il serial televisivo britannico prodotto da Charlie Brooker per Endemol inscena già dal logo, in effetti, uno specchio nero frantumato, linea direttrice del suo percorso diegetico e autentica metafora della nostra condizione tecno-culturale. La società del futuro da esso descritta con fosche, lucide e visionarie premonizioni esprime in realtà in modo parossistico quello che stiamo già vivendo sulla nostra pelle, o sottopelle. Si tratta, come nei casi migliori, di fantascienza realistica, realissima: più reale della realtà. Una fantascienza catastrofica, secondo la regola aurea del filone. Qualcosa si è rotto, in effetti, oppure si è compiuto? Qual è la catastrofe di cui siamo tutti oggetti e soggetti – prima oggetti e poi soggetti? Resta, tra tanti frammenti di uno specchio danneggiato, qualcosa da ricostruire, da cui ripartire? Dopo le efferatezze e i traumi consumatisi durante la Seconda guerra mondiale, si è creduto che l’umanità potesse solo risollevarsi e rinascere dalle sue stesse ceneri, mentre invece la piega da essa assunta in quel tempo e le piaghe scavate dalle bombe, dai campi di concentramento e da tutti i genocidi perpetrati dalle nazioni belligeranti sono segnate, come suggerisce ogni episodio di questa saga investigandone l’attualità post-bellica, dall’irreversibilità. Anzi, come una spirale, possono solo continuare a contorcersi su se stesse, rinnovando il dolore che recano in sé secondo sempre inedite modulazioni – senza felicità alcuna, se non con rari sprazzi di una gioia tragica di nietzschiana memoria . In un siffatto scenario, cosa rimane del nostro essere umani? Rimane per noi qualche barlume di vita? Che ne è della nostra esperienza? Se le superfici di BM ci restituiscono sotto forma di sferzanti lampi i riflessi del nostro domani, uno sguardo genealogico può forse condurci a dissotterrare le radici del nostro presente e a rinvenire in esse i prodromi del caso di studio in oggetto.

Un oscuro riflettere. Black Mirror e l'aurora digitale

Claudia Attimonelli Petraglione
;
Vincenzo Susca
2020

Abstract

Lo specchio dei media si è frantumato, ha tradito la sua missione o si è manifestato coerentemente alla propria ontologia? Black Mirror è il testo per antonomasia di antropologia culturale, mediologia e sociologia dell’immaginario votato ad approfondire tale cruciale quesito, fino a precipitarci nei suoi abissi più oscuri e morbosi. Il serial televisivo britannico prodotto da Charlie Brooker per Endemol inscena già dal logo, in effetti, uno specchio nero frantumato, linea direttrice del suo percorso diegetico e autentica metafora della nostra condizione tecno-culturale. La società del futuro da esso descritta con fosche, lucide e visionarie premonizioni esprime in realtà in modo parossistico quello che stiamo già vivendo sulla nostra pelle, o sottopelle. Si tratta, come nei casi migliori, di fantascienza realistica, realissima: più reale della realtà. Una fantascienza catastrofica, secondo la regola aurea del filone. Qualcosa si è rotto, in effetti, oppure si è compiuto? Qual è la catastrofe di cui siamo tutti oggetti e soggetti – prima oggetti e poi soggetti? Resta, tra tanti frammenti di uno specchio danneggiato, qualcosa da ricostruire, da cui ripartire? Dopo le efferatezze e i traumi consumatisi durante la Seconda guerra mondiale, si è creduto che l’umanità potesse solo risollevarsi e rinascere dalle sue stesse ceneri, mentre invece la piega da essa assunta in quel tempo e le piaghe scavate dalle bombe, dai campi di concentramento e da tutti i genocidi perpetrati dalle nazioni belligeranti sono segnate, come suggerisce ogni episodio di questa saga investigandone l’attualità post-bellica, dall’irreversibilità. Anzi, come una spirale, possono solo continuare a contorcersi su se stesse, rinnovando il dolore che recano in sé secondo sempre inedite modulazioni – senza felicità alcuna, se non con rari sprazzi di una gioia tragica di nietzschiana memoria . In un siffatto scenario, cosa rimane del nostro essere umani? Rimane per noi qualche barlume di vita? Che ne è della nostra esperienza? Se le superfici di BM ci restituiscono sotto forma di sferzanti lampi i riflessi del nostro domani, uno sguardo genealogico può forse condurci a dissotterrare le radici del nostro presente e a rinvenire in esse i prodromi del caso di studio in oggetto.
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