Nel 1866, Luigi Tommaso Belgrano (1838-1895) pubblicava per gli Atti della Società Ligure di Storia Patria, di cui fu socio fondatore e segretario generale, una ponderosa indagine dedicata alla Vita privata dei genovesi. Questo giovane e brillante studioso, che sarà anche direttore dell’Archivio di Stato di Genova e quindi professore di storia antica e moderna presso l’Ateneo della stessa città, aveva immaginato il suo volume con una suddivisione comprensiva di quattro parti principali, rispettivamente dedicate alle «abitazioni», al «mangiare», al «vestire» e al «costume». Ancorandosi a una concezione positivista del fare storia basata sulle fonti primarie, esso anticipava le analoghe operazioni poi sviluppate a Venezia da Pompeo Molmenti, a Firenze da Guido Biagi, a Bologna da Lodovico Frati, a Milano da Francesco Malaguzzi Valeri, tutti fautori, nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, di questo pervasivo clima intellettuale volto al «culto del vero racchiuso nel documento». Dal 1871 al 1873, Belgrano propose un supplemento di analisi - riservato alle sole feste e ai «giuochi» - sulle pagine della rivista fondata da Gian Pietro Viesseux, dove, assumendo quale modello di riferimento lo studio dell’inglese Henry Thomas Riley, incentrato sulla città di Londra fra Duecento e Quattrocento, diede prova di una non scontata apertura nei confronti della coeva storiografia anglosassone. Attenzione, quest’ultima, confermata da Belgrano pure per il tramite dei consigli dispensati al barone Antonio Manno alle prese, nel 1874, con l’edizione di un inventario di Casa Fieschi risalente al 1532, un incartamento da ritenersi di particolare coerenza rispetto agli intendimenti del nostro essendo organizzato in chiave topografica, cioè cadenzato stanza per stanza, «dalle sale alla cucina, dall’armeria alla stalla», e, pertanto, paradigmatico di una visione complessiva delle funzioni ‘alte’ e ‘basse’ dell’abitare

Il Rinascimento e il Barocco sono serviti: teatro della convivialità nella ‘vita privata’ dei genovesi

Andrea Leonardi
2019

Abstract

Nel 1866, Luigi Tommaso Belgrano (1838-1895) pubblicava per gli Atti della Società Ligure di Storia Patria, di cui fu socio fondatore e segretario generale, una ponderosa indagine dedicata alla Vita privata dei genovesi. Questo giovane e brillante studioso, che sarà anche direttore dell’Archivio di Stato di Genova e quindi professore di storia antica e moderna presso l’Ateneo della stessa città, aveva immaginato il suo volume con una suddivisione comprensiva di quattro parti principali, rispettivamente dedicate alle «abitazioni», al «mangiare», al «vestire» e al «costume». Ancorandosi a una concezione positivista del fare storia basata sulle fonti primarie, esso anticipava le analoghe operazioni poi sviluppate a Venezia da Pompeo Molmenti, a Firenze da Guido Biagi, a Bologna da Lodovico Frati, a Milano da Francesco Malaguzzi Valeri, tutti fautori, nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, di questo pervasivo clima intellettuale volto al «culto del vero racchiuso nel documento». Dal 1871 al 1873, Belgrano propose un supplemento di analisi - riservato alle sole feste e ai «giuochi» - sulle pagine della rivista fondata da Gian Pietro Viesseux, dove, assumendo quale modello di riferimento lo studio dell’inglese Henry Thomas Riley, incentrato sulla città di Londra fra Duecento e Quattrocento, diede prova di una non scontata apertura nei confronti della coeva storiografia anglosassone. Attenzione, quest’ultima, confermata da Belgrano pure per il tramite dei consigli dispensati al barone Antonio Manno alle prese, nel 1874, con l’edizione di un inventario di Casa Fieschi risalente al 1532, un incartamento da ritenersi di particolare coerenza rispetto agli intendimenti del nostro essendo organizzato in chiave topografica, cioè cadenzato stanza per stanza, «dalle sale alla cucina, dall’armeria alla stalla», e, pertanto, paradigmatico di una visione complessiva delle funzioni ‘alte’ e ‘basse’ dell’abitare
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