Nel 1928, aprendo la sua Relazione intorno a una compiuta missione artistica in Basilicata, svolta dal giugno del 1927 e per «due mesi e mezzo» con il supporto della neonata Società Magna Grecia, Wart Arslan ebbe modo di introdurre il lettore a quella che comunemente veniva considerata la «più negletta tra le regioni d’Italia». Acerenza, Albano di Lucania, Cancellara, Capitignano, Castelluccio Inferiore, Grassano, Grottole, Lagonegro, Latronico, Lauria Inferiore, Lauria Superiore, Maratea, Matera, Melfi, Miglionico, Moliterno, Monticchio, Muro Lucano, Palazzo San Gervasio, Pierno, Potenza, Rionero, Rivello, San Fele, Tricarico e Venosa (fig. 1), sono i centri che Arslan scelse di visitare provando ad applicare la lente delle metodologie acquisite durante il suo alunnato romano presso la scuola di specializzazione in storia dell’arte fondata da Adolfo Venturi. Egli ne riportò l’impressione, invero scoraggiante, di un’area che, a suo dire, «accanto alla Puglia e persino alla Calabria» restava «povera artisticamente in tutta la estensione del termine», con questo facendo propria una convinzione diffusa di cui già Mario Salmi, nel 1919, si era fatto portatore in riferimento al vicino quadrante apulo scrivendo, questa volta dalle pagine de «L’Arte», rivista di storia dell'arte medievale e moderna diretta dallo stesso Venturi, di «un luogo veramente elevato per la sua produzione architettonica» ma, purtroppo, dotato di una scultura di «esclusivo valore decorativo», per giunta accompagnata da «manifestazioni pittoriche di secondario interesse». Sono passati cent’anni dalle impressioni in chiaroscuro di Salmi sulla Puglia e circa novanta dalla pubblicazione del saggio di Arslan sulla Basilicata. In particolare, il ruolo nel 2019 di Matera capitale europea della cultura rende difficile entrare appieno nella dimensione di un genius loci appunto ora agli antipodi dall’idea di negletto di cui sopra, che però già Giovanni Pascoli, nel 1882, avvertiva come «Affrica» e che ha continuato a risultare scomodo per le classi intellettuali del Novecento sino a tempi relativamente recenti. Al netto di un presunto «accertato squallore» responsabile di aver «dissuaso gli studiosi dalla ricerca di quel poco che vi potesse essere di buono», esiste, infatti, ancora un’insondabile discrepanza tra lo scenario appena descritto e alcune delle punte qualitative comunque evidenziate da Arslan: dalla «pittura bizantina» delle «oltre sessanta grotte che si trovano nei dintorno di Matera», alla pinacoteca dell’Ente Morale Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, a non grande distanza da Potenza. In effetti, si tratta di elementi in un certo qual modo assimilabili ai volti contadini «scavati nel diamante e nel carbone» che poi caparbiamente avrebbe cercato e, soprattutto, narrato Pier Paolo Pasolini. Tasselli di una realtà distante da ritenersi talmente «un’altra cosa» (per adoperare le parole di chi come Carlo Levi lì vi finì al confino nel 1935), da diventare addirittura oggetto di analisi antropologica e sociale.

La Basilicata di Wart Arslan (1928-1930). Intorno a una missione artistica nella ‘più negletta tra le regioni d’Italia’

Andrea Leonardi
2019

Abstract

Nel 1928, aprendo la sua Relazione intorno a una compiuta missione artistica in Basilicata, svolta dal giugno del 1927 e per «due mesi e mezzo» con il supporto della neonata Società Magna Grecia, Wart Arslan ebbe modo di introdurre il lettore a quella che comunemente veniva considerata la «più negletta tra le regioni d’Italia». Acerenza, Albano di Lucania, Cancellara, Capitignano, Castelluccio Inferiore, Grassano, Grottole, Lagonegro, Latronico, Lauria Inferiore, Lauria Superiore, Maratea, Matera, Melfi, Miglionico, Moliterno, Monticchio, Muro Lucano, Palazzo San Gervasio, Pierno, Potenza, Rionero, Rivello, San Fele, Tricarico e Venosa (fig. 1), sono i centri che Arslan scelse di visitare provando ad applicare la lente delle metodologie acquisite durante il suo alunnato romano presso la scuola di specializzazione in storia dell’arte fondata da Adolfo Venturi. Egli ne riportò l’impressione, invero scoraggiante, di un’area che, a suo dire, «accanto alla Puglia e persino alla Calabria» restava «povera artisticamente in tutta la estensione del termine», con questo facendo propria una convinzione diffusa di cui già Mario Salmi, nel 1919, si era fatto portatore in riferimento al vicino quadrante apulo scrivendo, questa volta dalle pagine de «L’Arte», rivista di storia dell'arte medievale e moderna diretta dallo stesso Venturi, di «un luogo veramente elevato per la sua produzione architettonica» ma, purtroppo, dotato di una scultura di «esclusivo valore decorativo», per giunta accompagnata da «manifestazioni pittoriche di secondario interesse». Sono passati cent’anni dalle impressioni in chiaroscuro di Salmi sulla Puglia e circa novanta dalla pubblicazione del saggio di Arslan sulla Basilicata. In particolare, il ruolo nel 2019 di Matera capitale europea della cultura rende difficile entrare appieno nella dimensione di un genius loci appunto ora agli antipodi dall’idea di negletto di cui sopra, che però già Giovanni Pascoli, nel 1882, avvertiva come «Affrica» e che ha continuato a risultare scomodo per le classi intellettuali del Novecento sino a tempi relativamente recenti. Al netto di un presunto «accertato squallore» responsabile di aver «dissuaso gli studiosi dalla ricerca di quel poco che vi potesse essere di buono», esiste, infatti, ancora un’insondabile discrepanza tra lo scenario appena descritto e alcune delle punte qualitative comunque evidenziate da Arslan: dalla «pittura bizantina» delle «oltre sessanta grotte che si trovano nei dintorno di Matera», alla pinacoteca dell’Ente Morale Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, a non grande distanza da Potenza. In effetti, si tratta di elementi in un certo qual modo assimilabili ai volti contadini «scavati nel diamante e nel carbone» che poi caparbiamente avrebbe cercato e, soprattutto, narrato Pier Paolo Pasolini. Tasselli di una realtà distante da ritenersi talmente «un’altra cosa» (per adoperare le parole di chi come Carlo Levi lì vi finì al confino nel 1935), da diventare addirittura oggetto di analisi antropologica e sociale.
978-88-3367-075-1
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