Bari è sola. Da sempre. Senza territori da dirigere, né centri imperiali cui obbedire, se non altro perché lontani. È periferia nella periferia. Non ha radici gloriose da onorare, né quarti di nobiltà da difendere. Chi è solo deve, innanzi tutto, sbrigarsela da solo, guadagnarsi ogni cosa, massimizzando continuamente i benefici attingibili dal contesto e dagli assetti egemoni. Arraffando, all’occorrenza: come nel mito fondativo della “traslazione” (=furto) da Mira delle spoglie del Santo (Nicola). L’assenza di vincoli originari, d’altro canto, conferisce a Bari una speciale leggerezza, ossia la disponibilità a gettarsi nella sperimentazione dei modelli nuovi che capitano a tiro, dunque a investire sul futuro. Nella letteratura diffusa, la città è (mal)reputata soprattutto per la prima attitudine, quella al realizzo nel breve (“pochi, maledetti e subito”). Della seconda c’è poca traccia o, meglio, essa non viene presa sul serio. Al massimo è considerata come funzionale alla prima: per catalizzare risorse occorre sapersi adeguare rapidamente ai quadri regolativi e ai poteri emergenti. Per questo la città appare, ad un tempo, conservatrice (riluttante a staccarsi dalla greppia usata) e novatrice (desiderosa di aggredire nuove fonti d’abbondanza). Disorientando gli analisti.

Bari

Onofrio Romano
2017-01-01

Abstract

Bari è sola. Da sempre. Senza territori da dirigere, né centri imperiali cui obbedire, se non altro perché lontani. È periferia nella periferia. Non ha radici gloriose da onorare, né quarti di nobiltà da difendere. Chi è solo deve, innanzi tutto, sbrigarsela da solo, guadagnarsi ogni cosa, massimizzando continuamente i benefici attingibili dal contesto e dagli assetti egemoni. Arraffando, all’occorrenza: come nel mito fondativo della “traslazione” (=furto) da Mira delle spoglie del Santo (Nicola). L’assenza di vincoli originari, d’altro canto, conferisce a Bari una speciale leggerezza, ossia la disponibilità a gettarsi nella sperimentazione dei modelli nuovi che capitano a tiro, dunque a investire sul futuro. Nella letteratura diffusa, la città è (mal)reputata soprattutto per la prima attitudine, quella al realizzo nel breve (“pochi, maledetti e subito”). Della seconda c’è poca traccia o, meglio, essa non viene presa sul serio. Al massimo è considerata come funzionale alla prima: per catalizzare risorse occorre sapersi adeguare rapidamente ai quadri regolativi e ai poteri emergenti. Per questo la città appare, ad un tempo, conservatrice (riluttante a staccarsi dalla greppia usata) e novatrice (desiderosa di aggredire nuove fonti d’abbondanza). Disorientando gli analisti.
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