Se si guardasse all’esperienza dei paesi di antica industrializzazione, nel lungo termine tutte le economie hanno progressivamente ridotto la dimensione media di impresa. Tale ridimensionamento è leggibile come vera e propria regolarità nell’ambito del disegno teorico di sviluppo dell’economia per stadi. Se si contestualizzasse la dimensione minore in questo scenario, essa non sarebbe da considerare un difetto, ma solo l’espressione dell’evoluzione delle imprese nell’ambito di un’economia dinamica e, quindi, l’esito naturale di un processo di crescita basato sull’incremento della produttività dei fattori, sull’efficiente combinazione dei fattori e sulla consapevole partecipazione degli stakeholders. Qualora non si combinassero queste condizioni, la dimensione strutturalmente minore delle unità produttive potrebbe essere interpretata come una inabilità congenita del sistema economico. Vista sotto questa luce e in termini comparativi con altre aree geo-economiche come gli Stati Uniti, l’economia italiana e quella europea appaiono effettivamente in sofferenza e mancanti di di una coerente politica di ampliamento della dimensione prevalente di impresa. L’esperienza dei distretti produttivi e di ben selezionati distretti tecnologici e di centri di competenza e di eccellenza rigorosamente scelti può rivelarsi vincente. Qualora questi comportamenti divenissero diffusi e l’esito di un’evoluzione naturale, la dimensione minore è da considerare né un vizio né una virtù, quanto una normale dinamica delle economie moderne, in quanto la dimensione minore delle unità produttive sarebbe compensata e scomparirebbe nelle varie forme di aggregazione e di aggiustamenti organizzativi tra imprese.

Dimensione di impresa e aggiustamenti organizzativi tra teoria e pratica

LOSURDO, Francesco;
2008

Abstract

Se si guardasse all’esperienza dei paesi di antica industrializzazione, nel lungo termine tutte le economie hanno progressivamente ridotto la dimensione media di impresa. Tale ridimensionamento è leggibile come vera e propria regolarità nell’ambito del disegno teorico di sviluppo dell’economia per stadi. Se si contestualizzasse la dimensione minore in questo scenario, essa non sarebbe da considerare un difetto, ma solo l’espressione dell’evoluzione delle imprese nell’ambito di un’economia dinamica e, quindi, l’esito naturale di un processo di crescita basato sull’incremento della produttività dei fattori, sull’efficiente combinazione dei fattori e sulla consapevole partecipazione degli stakeholders. Qualora non si combinassero queste condizioni, la dimensione strutturalmente minore delle unità produttive potrebbe essere interpretata come una inabilità congenita del sistema economico. Vista sotto questa luce e in termini comparativi con altre aree geo-economiche come gli Stati Uniti, l’economia italiana e quella europea appaiono effettivamente in sofferenza e mancanti di di una coerente politica di ampliamento della dimensione prevalente di impresa. L’esperienza dei distretti produttivi e di ben selezionati distretti tecnologici e di centri di competenza e di eccellenza rigorosamente scelti può rivelarsi vincente. Qualora questi comportamenti divenissero diffusi e l’esito di un’evoluzione naturale, la dimensione minore è da considerare né un vizio né una virtù, quanto una normale dinamica delle economie moderne, in quanto la dimensione minore delle unità produttive sarebbe compensata e scomparirebbe nelle varie forme di aggregazione e di aggiustamenti organizzativi tra imprese.
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