La Storia per poter essere e divenire un ‘manifesto politico’ deve avvalersi, nell’Ottocento inglese, di una ‘mossa drammatica di gran effetto’ che Machiavelli desume da ‘quel sapore che hanno in sé’ proprio le istorie classiche che, scrivendo la ‘History of England’ negli anni Quaranta dell’Ottocento, Macaulay ricercò per rendere il suo ‘racconto dei fatti’ funzionale alla costruzione di un’identità nazionale. Con la stesura della History of England si opacizzava il profilo schizzato nel 1828 (in ‘History’) dello ‘storico perfetto’ che ‘deve esibire in miniatura il carattere e lo spirito di un’epoca’, che ‘non riferisce fatti e non attribuisce espressioni ai suoi personaggi senza poterli suffragare con una valida testimonianza; selezionando, scartando e disponendo con scrupolo la sua materia, però, restituisce alla verità le attrattive usurpatele dalla finzione’. Per Macaulay, forse, non era più possibile affermare che ‘la Storia cominci in romanzo e si concluda in saggio’, ma che la lezione del 1828 avesse contaminato chi di Storia parlava scrivendo romanzi era evidente. Anche per questo la penna di Thackeray, a metà del secolo, poteva invitare ancora a riflettere su ‘come si dovessero narrare i fatti’, ovviamente anche ‘i fatti storici’. ‘Vanity Fair’, dove si salpa intrecciando le storie e la Storia come se fosse un romanzo per poi approdare a una amara riflessione sulla natura umana come se fosse un saggio: ‘Ah! Vanitas Vanitatum! Which of usi s happy in this world? Ehich of us has his desire? Or, having it, is satisfied? – come, children, let us shut up the box and the puppets, for our play is played out’.

Lo storico perfetto e lo scrittore di finzioni. T.B. Macaulay e W.M. Thackeray

BRONZINI, Stefano
2009

Abstract

La Storia per poter essere e divenire un ‘manifesto politico’ deve avvalersi, nell’Ottocento inglese, di una ‘mossa drammatica di gran effetto’ che Machiavelli desume da ‘quel sapore che hanno in sé’ proprio le istorie classiche che, scrivendo la ‘History of England’ negli anni Quaranta dell’Ottocento, Macaulay ricercò per rendere il suo ‘racconto dei fatti’ funzionale alla costruzione di un’identità nazionale. Con la stesura della History of England si opacizzava il profilo schizzato nel 1828 (in ‘History’) dello ‘storico perfetto’ che ‘deve esibire in miniatura il carattere e lo spirito di un’epoca’, che ‘non riferisce fatti e non attribuisce espressioni ai suoi personaggi senza poterli suffragare con una valida testimonianza; selezionando, scartando e disponendo con scrupolo la sua materia, però, restituisce alla verità le attrattive usurpatele dalla finzione’. Per Macaulay, forse, non era più possibile affermare che ‘la Storia cominci in romanzo e si concluda in saggio’, ma che la lezione del 1828 avesse contaminato chi di Storia parlava scrivendo romanzi era evidente. Anche per questo la penna di Thackeray, a metà del secolo, poteva invitare ancora a riflettere su ‘come si dovessero narrare i fatti’, ovviamente anche ‘i fatti storici’. ‘Vanity Fair’, dove si salpa intrecciando le storie e la Storia come se fosse un romanzo per poi approdare a una amara riflessione sulla natura umana come se fosse un saggio: ‘Ah! Vanitas Vanitatum! Which of usi s happy in this world? Ehich of us has his desire? Or, having it, is satisfied? – come, children, let us shut up the box and the puppets, for our play is played out’.
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