L’interesse di Michail M. Bachtin (1895-1975) per la dialogicità della parola e quindi della coscienza umana stessa, che nella parola si costituisce, si sviluppa e trova espressione, ritorna nei suoi due libri su Dostoevskij – il primo, del 1929, Problemi dell’opera di Dostoevskij (prima trad. it. 1997; nuova trad. it. in Bachtin e il suo Circolo, Opere 1919-1930, 2014, pp. 1052-1421; e da qui che faremo riferimento ai testi del “Circolo bachtiniano”), il secondo, del 1963, edizione rielaborata e ampliata di quella del ’29 (trad. it. Dostoevskij. Poetica e stilistica, 1968). Nell’edizione del ’63 Bachtin propone il termine “metalinguistica” per riferirsi allo studio del linguaggio verbale (spesso egli usa in tal senso anche “filosofia del linguaggio”) che tenga conto della componente dialogica della parola. Specificamente, con questo termine Bachtin intende indicare un approccio che superi i limiti della filologia e della linguistica così come veniva praticata all’epoca, e per spostare l’attenzione, invece, su aspetti come l’enunciazione, le relazioni dialogiche, l’orientamento valutativo della parola, i significati impliciti, i sottintesi, l’entimema: questo approccio ritorna in “La parola nel romanzo” (“Slovo v romane”, 1934–35), e in altri scritti raccolti nei due volumi pubblicati in russo del 1975 e 1979. Perché Bachtin dà tanta importanza alla scittura letteraria? Non perché il suo mestiere sia quello di critico letterario. Egli esplicitamente, nel 1973, nelle conversazioni con Viktor Duvakin, dichiara: “Sono un filosofo. Lo sono sempre stato e tale rimango” (in Bachtin 1996, trad. it., p. ). Ma perché nella scrittura letteraria, nell’“arte verbale”, specialmente, ma non esclusivamente, in certi generi letterari come il romanzo, è possibile sperimentare la dialogicità della parola oltre la sua portata limitata nel linguaggio ordinario? In Bachtin, il valore estetico è ricollegato al valore linguistico come anche al valore del singolo, il singolo che non coincide con la sua “identità” con la sua “immagine”, con il suo “ruolo” o “posizione sociale”, ma come altro, eccedente, rispetto a tutto questo. Il valore linguistico nei termini descritti da Bachtin è assai più consistente, più complesso, più articolato (Bachtin parla, in riferimento ad esso, di “architettonica”) di quanto non lo sia per i linguisti.

Dialogo e romanzo in MIchail Bachtin

PETRILLI, Susan Angela
2016

Abstract

L’interesse di Michail M. Bachtin (1895-1975) per la dialogicità della parola e quindi della coscienza umana stessa, che nella parola si costituisce, si sviluppa e trova espressione, ritorna nei suoi due libri su Dostoevskij – il primo, del 1929, Problemi dell’opera di Dostoevskij (prima trad. it. 1997; nuova trad. it. in Bachtin e il suo Circolo, Opere 1919-1930, 2014, pp. 1052-1421; e da qui che faremo riferimento ai testi del “Circolo bachtiniano”), il secondo, del 1963, edizione rielaborata e ampliata di quella del ’29 (trad. it. Dostoevskij. Poetica e stilistica, 1968). Nell’edizione del ’63 Bachtin propone il termine “metalinguistica” per riferirsi allo studio del linguaggio verbale (spesso egli usa in tal senso anche “filosofia del linguaggio”) che tenga conto della componente dialogica della parola. Specificamente, con questo termine Bachtin intende indicare un approccio che superi i limiti della filologia e della linguistica così come veniva praticata all’epoca, e per spostare l’attenzione, invece, su aspetti come l’enunciazione, le relazioni dialogiche, l’orientamento valutativo della parola, i significati impliciti, i sottintesi, l’entimema: questo approccio ritorna in “La parola nel romanzo” (“Slovo v romane”, 1934–35), e in altri scritti raccolti nei due volumi pubblicati in russo del 1975 e 1979. Perché Bachtin dà tanta importanza alla scittura letteraria? Non perché il suo mestiere sia quello di critico letterario. Egli esplicitamente, nel 1973, nelle conversazioni con Viktor Duvakin, dichiara: “Sono un filosofo. Lo sono sempre stato e tale rimango” (in Bachtin 1996, trad. it., p. ). Ma perché nella scrittura letteraria, nell’“arte verbale”, specialmente, ma non esclusivamente, in certi generi letterari come il romanzo, è possibile sperimentare la dialogicità della parola oltre la sua portata limitata nel linguaggio ordinario? In Bachtin, il valore estetico è ricollegato al valore linguistico come anche al valore del singolo, il singolo che non coincide con la sua “identità” con la sua “immagine”, con il suo “ruolo” o “posizione sociale”, ma come altro, eccedente, rispetto a tutto questo. Il valore linguistico nei termini descritti da Bachtin è assai più consistente, più complesso, più articolato (Bachtin parla, in riferimento ad esso, di “architettonica”) di quanto non lo sia per i linguisti.
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