Per molto tempo, soprattutto per effetto dell’approccio neoscolastico al pensiero medievale, la teologia del XIII secolo è stata interpretata avendo come fuoco prospettico privilegiato Tommaso d’Aquino. In quest’ottica, se una certa attenzione veniva dedicata ai maestri della prima metà del secolo, ovvero agli inizi delle tradizioni teologiche di Parigi e Oxford, assai poco spazio era in generale riservato a coloro che venivano immediatamente dopo Tommaso: la tendenza o meglio la tentazione comune era piuttosto quella di operare una sorta di passaggio diretto da Tommaso a Giovanni Duns Scoto. Gli ultimi tre decenni del XIII secolo venivano così a rappresentare una sorta di intermezzo, quasi una terra di nessuno occupata transitoriamente da figure minori. Questa visione ha di fatto dominato gran parte della storiografia fino alla seconda metà del Novecento. Un indice significativo in tal senso è offerto da quanto affermava uno dei padri nobili della medievistica filosofica, Étienne Gilson, nella Prefazione alla sua celebre monografia del 1952 su Giovanni Duns Scoto: «Cercare di comprendere le posizioni fondamentali del Dottor Sottile non significa in alcun modo collocarlo nel suo tempo. L’interesse del filosofo non può qui non fare torto alla verità della storia. Duns Scoto ha dialogato con molti altri teologi, tra i quali si può dire che Enrico di Gand sia il suo interlocutore preferito. Per lui, Enrico era più importante di Tommaso; per noi, e in realtà, è vero il contrario. Un libro di pura storia su Duns Scoto attribuirebbe ad Enrico di Gand, ad Egidio Romano e a Goffredo di Fontaines, una posizione di rilievo, mentre nel nostro essi non ne occuperanno che una assai modesta» (É. Gilson, Jean Duns Scot. Introduction a ses positions fondamentales, Vrin, Paris 1952, p. 10; trad. it. Giovanni Duns Scoto. Introduzione alle sue posizioni fondamentali, Jaca Book, Milano 2008, p. 4). Gilson si era in effetti proposto di scrivere un volume sul dialogo di Scoto con Enrico ed Egidio, ma non portò mai a termine il suo progetto, forse anche perché, nella sua interpretazione, esso non avrebbe potuto aggiungere nulla di realmente decisivo rispetto a ciò che egli riteneva essenziale – il confronto tra i “veri” protagonisti: Duns Scoto e Tommaso. Con il declino, almeno parziale, degli schemi neoscolastici, e soprattutto con l’avvio dell’edizione critica delle opere di Enrico e Egidio, accompagnata dalla pubblicazione di numerosi e sempre più approfonditi studi interpretativi (anche su Goffredo), il quadro è oggi profondamente mutato: l’ultimo quarto del XIII secolo non appare più come un semplice frammezzo, ma come il periodo in cui di fatto le discussioni sullo statuto epistemologico della teologia si fanno ad un tempo sempre più accese e sempre più precise, e in cui – proprio con Enrico di Gand – si ottiene la prima coerente sistemazione della scienza teologica destinata a imporsi (anche più di quella tommasiana) come l’autentico punto di riferimento per i maestri della generazione successiva. Occorre poi ricordare che questi stessi anni sono quelli segnati dalla grande condanna parigina del 7 marzo 1277, e dunque quelli caratterizzati dalla massima tensione istituzionale e insieme paradossalmente dalla massima permeabilità o osmosi tra filosofia e teologia. Il contributo tenta di dar conto di questo contesto e di questo clima, facendo riferimento ai tre più autorevoli maestri di teologia del periodo a Parigi: Enrico di Gand, Egidio Romano e Goffredo di Fontaines.

La teologia a Parigi dopo Tommaso. Enrico di Gand, Egidio Romano, Goffredo di Fontaines

PORRO, Pasquale
2009

Abstract

Per molto tempo, soprattutto per effetto dell’approccio neoscolastico al pensiero medievale, la teologia del XIII secolo è stata interpretata avendo come fuoco prospettico privilegiato Tommaso d’Aquino. In quest’ottica, se una certa attenzione veniva dedicata ai maestri della prima metà del secolo, ovvero agli inizi delle tradizioni teologiche di Parigi e Oxford, assai poco spazio era in generale riservato a coloro che venivano immediatamente dopo Tommaso: la tendenza o meglio la tentazione comune era piuttosto quella di operare una sorta di passaggio diretto da Tommaso a Giovanni Duns Scoto. Gli ultimi tre decenni del XIII secolo venivano così a rappresentare una sorta di intermezzo, quasi una terra di nessuno occupata transitoriamente da figure minori. Questa visione ha di fatto dominato gran parte della storiografia fino alla seconda metà del Novecento. Un indice significativo in tal senso è offerto da quanto affermava uno dei padri nobili della medievistica filosofica, Étienne Gilson, nella Prefazione alla sua celebre monografia del 1952 su Giovanni Duns Scoto: «Cercare di comprendere le posizioni fondamentali del Dottor Sottile non significa in alcun modo collocarlo nel suo tempo. L’interesse del filosofo non può qui non fare torto alla verità della storia. Duns Scoto ha dialogato con molti altri teologi, tra i quali si può dire che Enrico di Gand sia il suo interlocutore preferito. Per lui, Enrico era più importante di Tommaso; per noi, e in realtà, è vero il contrario. Un libro di pura storia su Duns Scoto attribuirebbe ad Enrico di Gand, ad Egidio Romano e a Goffredo di Fontaines, una posizione di rilievo, mentre nel nostro essi non ne occuperanno che una assai modesta» (É. Gilson, Jean Duns Scot. Introduction a ses positions fondamentales, Vrin, Paris 1952, p. 10; trad. it. Giovanni Duns Scoto. Introduzione alle sue posizioni fondamentali, Jaca Book, Milano 2008, p. 4). Gilson si era in effetti proposto di scrivere un volume sul dialogo di Scoto con Enrico ed Egidio, ma non portò mai a termine il suo progetto, forse anche perché, nella sua interpretazione, esso non avrebbe potuto aggiungere nulla di realmente decisivo rispetto a ciò che egli riteneva essenziale – il confronto tra i “veri” protagonisti: Duns Scoto e Tommaso. Con il declino, almeno parziale, degli schemi neoscolastici, e soprattutto con l’avvio dell’edizione critica delle opere di Enrico e Egidio, accompagnata dalla pubblicazione di numerosi e sempre più approfonditi studi interpretativi (anche su Goffredo), il quadro è oggi profondamente mutato: l’ultimo quarto del XIII secolo non appare più come un semplice frammezzo, ma come il periodo in cui di fatto le discussioni sullo statuto epistemologico della teologia si fanno ad un tempo sempre più accese e sempre più precise, e in cui – proprio con Enrico di Gand – si ottiene la prima coerente sistemazione della scienza teologica destinata a imporsi (anche più di quella tommasiana) come l’autentico punto di riferimento per i maestri della generazione successiva. Occorre poi ricordare che questi stessi anni sono quelli segnati dalla grande condanna parigina del 7 marzo 1277, e dunque quelli caratterizzati dalla massima tensione istituzionale e insieme paradossalmente dalla massima permeabilità o osmosi tra filosofia e teologia. Il contributo tenta di dar conto di questo contesto e di questo clima, facendo riferimento ai tre più autorevoli maestri di teologia del periodo a Parigi: Enrico di Gand, Egidio Romano e Goffredo di Fontaines.
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