Questo saggio storico-filosofico ricostruisce il rapporto di Origene con i temi del fatalismo astrologico e del valore della scienza astrologica, a partire da uno studio della Filocalia, l’antologia di testi origeniani raccolti a scopo apologetico nel secolo IV da Basilio di Ceasarea e Gregorio di Nazianzo. La vexata quaestio della cultura ellenistica, se gli astri siano cause oppure segni delle vicende umane, è chiaramente risolta da Origene secondo il senso letterale del Genesi biblico (Gen. 1,14), che negli astri scorge solo segni per distinguere le fasi del tempo. Tale conclusione, apparentemente semplice, è però il risultato, nella presentazione dei padri filocalisti, di una complessa requisitoria anti-fatalistica operata da Origene in quattro distinti tempi volta a demolire i fondamenti stessi di ogni presunta scienza astrologica vista come avversaria della libertà umana. Al tema dei rapporti tra prescienza divina e libero arbitrio Origene muove in prima istanza la propria attenzione analizzando una serie di topoi scritturali e filosofici che lo guidano a chiarire un principio di fondo della sua etica cristiana: conoscere in anticipo gli avvenimenti futuri è dannoso per il credente, perché produce un pericoloso rilassamento dei costumi: sapere che il bene verrà in ogni caso spegne la giusta tensione verso il retto agire. Paradossalmente, in contrasto con l’etica intellettualistica greca, per il cristiano è meglio ignorare il futuro. La seconda critica di Origene contro il fatalismo astrologico, attraverso l’impiego di classiche obiezioni della polemica anti-astrologica, mostra come gli astri, che appartengono al dominio effettuale del reale, non possano mai essere cause degli avvenimenti umani, avendo a una tale pretesa rinunciato Dio medesimo, che è la causa prima delle cose. La terza questione illustra l’impossibilità umana di realizzare una conoscenza esatta dei segni mediante una serie di prove scientifiche, come ad esempio la precessione degli equinozi, che impedirebbe di calcolare esattamente la posizione dei pianeti sulla volta stellata. Finalmente, Origene ammette la possibilità di usufruire della sapienza divina contenuta negli astri – anche se solo per le potenze angeliche o per gli uomini santi appositamente predisposti dai fini di Dio –, ma tale possibilità non risulta accessibile mediante una scienza, poiché si tratta di forme di conoscenza che sfuggono ad ogni controllo umano. L’astrologia come scienza, secondo il paradigma storiografico di Anthony Arthur Long, non ha, dunque, nel pensiero di Origene un significato forte né tanto meno debole, ma solo uno che potremmo definire nullo.

"E servano da segni" (Gen. 1,14). La confutazione del fatalismo astrologico nel "Commento a Genesi" di Origene / ARFE' P. - In: AUGUSTINIANUM. - ISSN 0004-8011. - 49:2(2009), pp. 319-356.

"E servano da segni" (Gen. 1,14). La confutazione del fatalismo astrologico nel "Commento a Genesi" di Origene

ARFE', Pasquale
2009

Abstract

Questo saggio storico-filosofico ricostruisce il rapporto di Origene con i temi del fatalismo astrologico e del valore della scienza astrologica, a partire da uno studio della Filocalia, l’antologia di testi origeniani raccolti a scopo apologetico nel secolo IV da Basilio di Ceasarea e Gregorio di Nazianzo. La vexata quaestio della cultura ellenistica, se gli astri siano cause oppure segni delle vicende umane, è chiaramente risolta da Origene secondo il senso letterale del Genesi biblico (Gen. 1,14), che negli astri scorge solo segni per distinguere le fasi del tempo. Tale conclusione, apparentemente semplice, è però il risultato, nella presentazione dei padri filocalisti, di una complessa requisitoria anti-fatalistica operata da Origene in quattro distinti tempi volta a demolire i fondamenti stessi di ogni presunta scienza astrologica vista come avversaria della libertà umana. Al tema dei rapporti tra prescienza divina e libero arbitrio Origene muove in prima istanza la propria attenzione analizzando una serie di topoi scritturali e filosofici che lo guidano a chiarire un principio di fondo della sua etica cristiana: conoscere in anticipo gli avvenimenti futuri è dannoso per il credente, perché produce un pericoloso rilassamento dei costumi: sapere che il bene verrà in ogni caso spegne la giusta tensione verso il retto agire. Paradossalmente, in contrasto con l’etica intellettualistica greca, per il cristiano è meglio ignorare il futuro. La seconda critica di Origene contro il fatalismo astrologico, attraverso l’impiego di classiche obiezioni della polemica anti-astrologica, mostra come gli astri, che appartengono al dominio effettuale del reale, non possano mai essere cause degli avvenimenti umani, avendo a una tale pretesa rinunciato Dio medesimo, che è la causa prima delle cose. La terza questione illustra l’impossibilità umana di realizzare una conoscenza esatta dei segni mediante una serie di prove scientifiche, come ad esempio la precessione degli equinozi, che impedirebbe di calcolare esattamente la posizione dei pianeti sulla volta stellata. Finalmente, Origene ammette la possibilità di usufruire della sapienza divina contenuta negli astri – anche se solo per le potenze angeliche o per gli uomini santi appositamente predisposti dai fini di Dio –, ma tale possibilità non risulta accessibile mediante una scienza, poiché si tratta di forme di conoscenza che sfuggono ad ogni controllo umano. L’astrologia come scienza, secondo il paradigma storiografico di Anthony Arthur Long, non ha, dunque, nel pensiero di Origene un significato forte né tanto meno debole, ma solo uno che potremmo definire nullo.
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