Buona parte della filosofia novecentesca può essere caratterizzata come pensiero della crisi: un pensiero declinato in modalità assai diverse, frammentato, molteplice, per effetto del tramonto o della vera e propria disgregazione di quei modelli di razionalità forte che avevano permeato di sé la modernità fino al culmine rappresentato dalla stagione dell’idealismo. All’interno di questa composita e articolata costellazione della filosofia del Novecento che sembra appunto aver decretato l’esaurimento, se non addirittura l’estinzione, della razionalità moderna in senso stretto, María Zambrano –– occupa però un posto del tutto particolare, così come peculiare è d’altronde proprio il suo tentativo di ripensare, alla luce della crisi dell’uomo europeo o occidentale, il soggetto e i modi con cui esso stesso si pensa e pensa, configura la realtà e i suoi rapporti con essa. In questo contributo si intende provare a considerare proprio l’analisi operata dalla Zambrano della crisi dell’Europa e del suo modello antropologico, delle ragioni di questa condizione e soprattutto del ruolo ancipite che il cristianesimo sembra aver giocato, o sembra continuare a giocare, in questa storia, come concausa della crisi e insieme come possibilità di un suo superamento. La crisi europea è innanzi tutto la crisi dell’idea di Europa, e cioè di una intera tradizione, di un paradigma, di una forma spirituale. Al centro di questa meditazione c’è il cristianesimo come matrice dell’Europa, e, in particolare, la versione che di questa sua origine l’Europa stessa ha realizzato. Esiste un nesso profondo, per la Zambrano, tra cristianesimo e violenza, a patto tuttavia di distinguere due forme di violenza, a cui corrispondono due distinti modi di interpretare, ma anche di esperire e vivere il cristianesimo: una creatrice e positiva, l’altra distruttrice e negativa. La prima forma di violenza è quella originaria del Dio biblico e cristiano, il Dio creatore che trae il mondo dal nulla. Ciò che ha trasformato la storia europea in un teatro di guerra e crudeltà è invece il fatto che l’uomo europeo non è stato in grado di mantenersi all’altezza del compito indicato dal cristianesimo, cioè della sua violenza creatrice. L’uomo europeo non ha tollerato la tensione di una creazione ogni volta rinnovantesi, preferendo la soddisfazione della produzione immediata. Da qui la seconda forma di violenza prima citata: quella terribile, negativa, annichilatrice, che ha portato l’Europa cristiana del Novecento a calpestare l’ideale di persona (e dei suoi diritti) che essa stessa aveva elaborato e di ripiombare nell’orrore inaudito dei totalitarismi. La “grave malattia” dell’Europa, la sua violenza, dunque, non è altro che il tradimento, la versione perversa della violenza originaria, ontologica, ovvero creatrice, del cristianesimo. Ma proprio ripensando questa storia e questo scarto (in un senso dunque assai diverso da ciò che suggerisce oggi una certa retorica delle «radici»), l’Occidente può scorgere una possibile via di rinascita e salvezza.

Europe between Agony and Hope: Christianity, History and Violence in María Zambrano

STRUMMIELLO, Giuseppina
2010

Abstract

Buona parte della filosofia novecentesca può essere caratterizzata come pensiero della crisi: un pensiero declinato in modalità assai diverse, frammentato, molteplice, per effetto del tramonto o della vera e propria disgregazione di quei modelli di razionalità forte che avevano permeato di sé la modernità fino al culmine rappresentato dalla stagione dell’idealismo. All’interno di questa composita e articolata costellazione della filosofia del Novecento che sembra appunto aver decretato l’esaurimento, se non addirittura l’estinzione, della razionalità moderna in senso stretto, María Zambrano –– occupa però un posto del tutto particolare, così come peculiare è d’altronde proprio il suo tentativo di ripensare, alla luce della crisi dell’uomo europeo o occidentale, il soggetto e i modi con cui esso stesso si pensa e pensa, configura la realtà e i suoi rapporti con essa. In questo contributo si intende provare a considerare proprio l’analisi operata dalla Zambrano della crisi dell’Europa e del suo modello antropologico, delle ragioni di questa condizione e soprattutto del ruolo ancipite che il cristianesimo sembra aver giocato, o sembra continuare a giocare, in questa storia, come concausa della crisi e insieme come possibilità di un suo superamento. La crisi europea è innanzi tutto la crisi dell’idea di Europa, e cioè di una intera tradizione, di un paradigma, di una forma spirituale. Al centro di questa meditazione c’è il cristianesimo come matrice dell’Europa, e, in particolare, la versione che di questa sua origine l’Europa stessa ha realizzato. Esiste un nesso profondo, per la Zambrano, tra cristianesimo e violenza, a patto tuttavia di distinguere due forme di violenza, a cui corrispondono due distinti modi di interpretare, ma anche di esperire e vivere il cristianesimo: una creatrice e positiva, l’altra distruttrice e negativa. La prima forma di violenza è quella originaria del Dio biblico e cristiano, il Dio creatore che trae il mondo dal nulla. Ciò che ha trasformato la storia europea in un teatro di guerra e crudeltà è invece il fatto che l’uomo europeo non è stato in grado di mantenersi all’altezza del compito indicato dal cristianesimo, cioè della sua violenza creatrice. L’uomo europeo non ha tollerato la tensione di una creazione ogni volta rinnovantesi, preferendo la soddisfazione della produzione immediata. Da qui la seconda forma di violenza prima citata: quella terribile, negativa, annichilatrice, che ha portato l’Europa cristiana del Novecento a calpestare l’ideale di persona (e dei suoi diritti) che essa stessa aveva elaborato e di ripiombare nell’orrore inaudito dei totalitarismi. La “grave malattia” dell’Europa, la sua violenza, dunque, non è altro che il tradimento, la versione perversa della violenza originaria, ontologica, ovvero creatrice, del cristianesimo. Ma proprio ripensando questa storia e questo scarto (in un senso dunque assai diverso da ciò che suggerisce oggi una certa retorica delle «radici»), l’Occidente può scorgere una possibile via di rinascita e salvezza.
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