I popoli dell’Albania e delle Puglie s’istituiscono oltre ogni forma del rappresentabile, attualizzando costantemente autonomi statuti e variabili relazionali, vigenti al di qua di tutte le ondate civilizzatrici che in maniera ricorrente attraversano i propri territori. Entrambe le aree attingono i connotati fondativi da una condizione plurisecolare di periferia estrema di grandi civiltà altrove centrate e si tengono in vita attraverso un doppio movimento di storno abusivo delle risorse del mainstream maggioritario e di autosussistenza circolare, senza sviluppo. Oggi, questo connotato fondativo viene a declinarsi in un ardito impasto di riferimenti arcaici e postmoderni, entrambi allineati nell’orbita della demodernizzazione, della logica di dépense, di disindividualizzazione e retribalizzazione. Gli abitanti ritrovano le proprie forme di sussistenza al di là del profitto normale, al di là del mercato visibile e registrabile, al di là delle politiche di aggiustamento e riallineamento condotte dagli organismi internazionali. In Albania, particolarmente, quel che si edifica è una sorta di società sur-reale organizzata in tre principali frame: un’economia orbitale urbana i cui operatori giocano sullo scenario internazionale e/o a contatto coi centri di potere politico interno al fine di catalizzare, con varie modalità, i flussi di risorse che vi transitano; un’economia grigia di sussistenza peri-urbana della quale sono protagonisti gli abitanti delle nuove bidonville che si sono andate ammassando in maniera selvaggia negli anni del dopo regime a ridosso dei principali centri urbani; l’economia di autoproduzione e autoconsumo riemersa massicciamente nelle aree rurali dopo la disgregazione del sistema agricolo di regime. Nel saggio vengono analizzati due casi specifici: il ritorno della vendita a domicilio del latte e il business della “società civile”.

Il postmoderno transadriatico. Per una sociologia immaginaria della periferia appulo-albanese

ROMANO, Onofrio
2004

Abstract

I popoli dell’Albania e delle Puglie s’istituiscono oltre ogni forma del rappresentabile, attualizzando costantemente autonomi statuti e variabili relazionali, vigenti al di qua di tutte le ondate civilizzatrici che in maniera ricorrente attraversano i propri territori. Entrambe le aree attingono i connotati fondativi da una condizione plurisecolare di periferia estrema di grandi civiltà altrove centrate e si tengono in vita attraverso un doppio movimento di storno abusivo delle risorse del mainstream maggioritario e di autosussistenza circolare, senza sviluppo. Oggi, questo connotato fondativo viene a declinarsi in un ardito impasto di riferimenti arcaici e postmoderni, entrambi allineati nell’orbita della demodernizzazione, della logica di dépense, di disindividualizzazione e retribalizzazione. Gli abitanti ritrovano le proprie forme di sussistenza al di là del profitto normale, al di là del mercato visibile e registrabile, al di là delle politiche di aggiustamento e riallineamento condotte dagli organismi internazionali. In Albania, particolarmente, quel che si edifica è una sorta di società sur-reale organizzata in tre principali frame: un’economia orbitale urbana i cui operatori giocano sullo scenario internazionale e/o a contatto coi centri di potere politico interno al fine di catalizzare, con varie modalità, i flussi di risorse che vi transitano; un’economia grigia di sussistenza peri-urbana della quale sono protagonisti gli abitanti delle nuove bidonville che si sono andate ammassando in maniera selvaggia negli anni del dopo regime a ridosso dei principali centri urbani; l’economia di autoproduzione e autoconsumo riemersa massicciamente nelle aree rurali dopo la disgregazione del sistema agricolo di regime. Nel saggio vengono analizzati due casi specifici: il ritorno della vendita a domicilio del latte e il business della “società civile”.
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